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Émile Durkheim: pensiero e opere, con mappa concettuale | |||||||||||||||||||||||||||||||||||
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Émile Durkheim: pensiero e opere, con mappa concettualeCosa stampare Con "Margini: predefiniti" compaiono anche i numeri di pagina. SlideScegli il taglio Lampo10 slideIl filo essenziale, per presentarlo in classeCompleta16 slideTutti i capitoli e gli approfondimentiTutte e due hanno le note del relatore. In 30 secondi lettura lampoÉmile Durkheim (1858-1917) è un sociologo francese che viene considerato, insieme a Karl Marx e Max Weber, uno dei fondatori della sociologia moderna. Per lui la disciplina studia i «fatti sociali», cioè i modi di agire e di pensare che esistono prima di noi e ci condizionano, come la lingua o la moneta. Nella Divisione del lavoro sociale (1893) separa la solidarietà meccanica, fondata sulla somiglianza, da quella organica, fondata sull'interdipendenza. Nel Suicidio (1897) spiega il tasso di suicidi di una società con il grado di integrazione e di regolazione dei gruppi. Nelle Forme elementari della vita religiosa (1912) la religione diventa, nella lettura dell'IEP, la società che venera sé stessa. Punti Chiave
L'ApprofondimentoChi era Émile DurkheimDavid Émile Durkheim nacque a Épinal, in Lorena, il 15 aprile 1858. Veniva da una famiglia ebrea osservante, in cui il padre, il nonno e il bisnonno erano stati rabbini; nel 1879 prese un’altra strada ed entrò all’École normale supérieure di Parigi per studiare filosofia. Nel 1887 l’Università di Bordeaux lo chiamò a insegnare scienze sociali e pedagogia. Secondo l’Internet Encyclopedia of Philosophy (IEP) furono i primi corsi ufficiali di sociologia in Francia. Negli anni di Bordeaux uscirono i tre libri che lo resero noto: la tesi di dottorato La divisione del lavoro sociale (1893), Le regole del metodo sociologico (1895) e Il suicidio (1897). Nel 1896 fondò la rivista L’Année sociologique. Nel 1902 arrivò alla Sorbona di Parigi con la cattedra di Scienza dell’educazione; diventò ordinario nel 1906, e solo nel 1913 la cattedra prese anche il nome di sociologia. Durante l’affare Dreyfus prese le difese di Alfred Dreyfus. La prima guerra mondiale gli portò via molti allievi e, nel 1915, il figlio André; Durkheim morì di ictus a Parigi il 15 novembre 1917, con La Morale, la sua ultima grande opera, ferma a un’introduzione. Per l’IEP è uno dei principali fondatori della sociologia moderna, insieme a Karl Marx e Max Weber. Dal positivismo di Auguste Comte riprese l’approccio scientifico allo studio delle società, eppure rimproverava sia a Comte sia a Herbert Spencer di non essersi liberati abbastanza dai presupposti metafisici. Il fatto sociale, oggetto della sociologiaNelle Regole del metodo sociologico (1895) Durkheim definisce i fatti sociali come modi di agire, di pensare e di sentire che stanno fuori dall’individuo e gli si impongono con un potere di coercizione. Tra gli esempi che l’IEP ricava dalla sua opera ci sono il codice giuridico, il modo di vestire e l’idea di bellezza. Rientrano nella categoria anche certe correnti che si manifestano in casi singoli e che la statistica riesce a misurare, come il tasso di suicidio o quello di natalità.
Un fatto sociale si riconosce da come resiste a chi prova a cambiarlo da solo. Per Durkheim è una realtà nuova, sui generis, che gli individui da soli non spiegano, come l’acqua non si spiega con gli atomi di idrogeno e ossigeno presi uno per uno. Da qui la regola che apre il secondo capitolo delle Regole, quella che lui stesso chiama la prima e la più fondamentale: considerare i fatti sociali come cose. Per lui la società si spiega in termini sociologici. Secondo l’IEP chi legge Durkheim come se i fatti sociali vivessero per conto proprio lo fraintende: esistono solo attraverso le persone, anche se le precedono e le vincolano. Normale e patologico: perché il crimine è normaleIl terzo capitolo delle Regole fissa un criterio. Un fatto sociale è normale per un certo tipo di società, in una certa fase del suo sviluppo, quando si presenta nella media delle società di quel tipo nella stessa fase; è patologico ciò che se ne allontana. Durkheim applica il criterio al crimine. Una società del tutto priva di crimini è impossibile, quindi il crimine è normale. Durkheim immagina un convento perfetto, una società di santi: lì i crimini veri sparirebbero, ma le mancanze più piccole susciterebbero lo stesso scandalo di un reato comune. Per Durkheim il crimine è legato alle condizioni di ogni vita sociale e per questo serve all’evoluzione della morale e del diritto. Per il diritto ateniese Socrate era un criminale, e la sua colpa, l’indipendenza di pensiero, preparava una morale nuova. Esiste anche un crimine anormale, per esempio quando raggiunge un tasso eccessivo. Il sociologo Stanley Cohen fa risalire a queste pagine l’idea che la devianza abbia anche funzioni positive per l’ordine sociale. La divisione del lavoro sociale: solidarietà meccanica e organicaLa divisione del lavoro sociale (1893) affronta, secondo Rainer Zoll, il problema dell’ordine sociale: che cosa tiene insieme una società. Il libro polemizza con i teorici del contratto sociale e con utilitaristi come Spencer, perché vuole mostrare che è l’individuo a nascere dalla vita collettiva. Durkheim descrive la coscienza collettiva come «l’insieme delle credenze e dei sentimenti comuni alla media dei membri di una società», un sistema dotato di vita propria. Nei gruppi piccoli, dove le persone si somigliano, la coscienza del singolo coincide quasi con quella collettiva. Questo legame si chiama solidarietà meccanica, per analogia con la coesione dei corpi inanimati. Quando cresce la densità morale, cioè la frequenza con cui le persone entrano in contatto e interagiscono, cresce anche la competizione. Gli individui la attenuano specializzandosi in compiti diversi, ed è la divisione del lavoro. La solidarietà che ne deriva è organica, come quella degli organi di un animale superiore, ciascuno autonomo e parte di un’unità; Durkheim la definisce anche contrattuale.
Un atto è criminale quando offende gli stati forti e definiti della coscienza collettiva, e qui Durkheim rovescia il senso comune: un atto diventa crimine perché lo condanniamo. Nel diritto restitutivo il giudice stabilisce che cosa è dovuto e non infligge pene. Su questo punto Durkheim si allontana da Karl Marx. Per lui le attività specializzate sono un bene per l’individuo, che può sviluppare le proprie inclinazioni, e la divisione del lavoro è una possibile fonte di coesione. Secondo Michele Salvati, Marx analizza il capitalismo, mentre Durkheim e Weber studiano la società moderna. L’IEP nota che i termini meccanica e organica appartengono solo alle prime opere, abbandonati poco dopo il 1893. L’intera terza parte del libro è dedicata alle forme anormali della divisione del lavoro. L’anomia secondo DurkheimLa parola non nasce con lui. Secondo Philippe Besnard (Treccani, 1991) l’aveva usata nel 1885 il filosofo Jean-Marie Guyau, e Durkheim la riprese con un significato del tutto diverso. Nella Divisione del lavoro sociale la divisione anomica del lavoro è una delle forme patologiche: mancano, per un periodo, regole sociali capaci di far cooperare funzioni ormai specializzate. Durkheim ne vede esempi nel conflitto tra capitalisti e lavoratori, nelle crisi economiche e nella scienza che perde la sua unità. Nel Suicidio l’anomia cambia volto. Besnard la lega a scopi rimasti vaghi e ad aspirazioni che non conoscono confini, nei periodi in cui l’economia si espande o si sale in fretta nella scala sociale. L’IEP parla di deregolazione: le regole tradizionali hanno perso autorità e la morale si sfalda. Durkheim la lega al mal d’infini, quando le aspettative della persona non corrispondono più alla realtà. Per la Treccani era, ai suoi occhi, il pericolo maggiore per la stabilità sociale. Besnard la considera però un tema minore e poco elaborato nella sua opera, anche se Durkheim viene spesso presentato come il sociologo dell’anomia. Nel 1938 Robert Merton la trasformò nel divario strutturale tra fini e mezzi, una nozione che per Besnard è opposta a quella originale. Il suicidio: integrazione e regolazioneIl punto di partenza del Suicidio (1897) è che i motivi personali non bastano a spiegare quanti suicidi produce una società. Durkheim misura la tendenza di ogni società con il tasso di suicidio, il rapporto tra suicidi e popolazione, e osserva che resta stabile per lunghi periodi, più della mortalità generale. Le ragioni che spingono una singola persona, scrive, interessano lo psicologo. Secondo Stanley Cohen scelse apposta il comportamento più individuale di tutti per costruire un modello di causa sociale. Gli studi dell’epoca cercavano per lo più cause fisiologiche o psicologiche. Durkheim notò che popolazioni di origine genetica simile avevano tassi diversi, e che il suicidio non andava di pari passo con l’alcolismo, come avrebbe dovuto se dipendesse dalla debolezza di carattere. Confrontò le statistiche con stato civile, religione, età, sesso e cambiamenti economici. Nei suoi dati gli sposati si toglievano la vita meno dei non sposati, e i protestanti, legati più debolmente al loro gruppo, più spesso di cattolici ed ebrei. Le nazioni in crisi politica avevano tassi più bassi, perché il gruppo si stringeva. Le variazioni, nella lettura di Besnard, dipendono da due variabili indipendenti: l’integrazione, cioè quanto i membri condividono sentimenti, credenze e pratiche e si sentono rivolti a scopi comuni, e la regolazione. Talcott Parsons legge lo schema come due coppie di poli, e ai poli i suicidi sono più frequenti.
Il quarto tipo sta in una nota a piè di pagina, e secondo Realino Marra Durkheim non lo considerava significativo. Anche qui torna il criterio delle Regole. Nella lettura di Marra una certa quota di suicidi è normale in ogni società e diventa patologica quando una corrente prevale in modo eccessivo. Secondo la sua ricostruzione, Durkheim giudicava patologica la situazione di fine Ottocento, quando in meno di cinquant’anni i suicidi si erano almeno triplicati, soprattutto quelli egoistici e anomici. Come rimedio, nelle ultime pagine, propone di far rinascere le corporazioni professionali, gruppi intermedi tra individuo e Stato. Le forme elementari della vita religiosa: sacro e profanoNell’ultima opera, Le forme elementari della vita religiosa (1912), Durkheim definisce la religione come «un sistema unitario di credenze e pratiche relative a cose sacre», che riunisce in una comunità morale, una Chiesa, tutti quelli che vi aderiscono. Sacro è ciò che viene tenuto separato e interdetto, profano ciò da cui il sacro va protetto, e il pensiero religioso si distingue proprio perché divide il mondo tra i due. Il caso di studio è il totemismo degli aborigeni australiani, la religione più semplice allora conosciuta, letto attraverso i dati etnografici del tempo. Quando il gruppo si riunisce per un rito e vive un’intensa eccitazione comune, Durkheim parla di effervescenza collettiva: è lì che la religione nasce e trova legittimità. Nella lettura dell’IEP la religione è la società che venera sé stessa. Per questo il rito è necessario: le credenze da sole non bastano, la forza collettiva va rigenerata a intervalli regolari. Per l’Occidente moderno intravedeva un culto dell’individuo, fondato sulla dignità della persona. I critici ne hanno contestato il metodo e la lettura dei dati etnografici, e le hanno rimproverato di svalutare la religione tradizionale. Che cosa resta di DurkheimL’Oxford Dictionary of Sociology lo indica come la figura a lungo riconosciuta come fondatrice del funzionalismo, e l’IEP fa risalire in buona parte a Herbert Spencer la sua analogia tra società e organismo. Per l’IEP è un equivoco diffuso pensare che Durkheim non abbia una teoria del mutamento sociale: il passaggio europeo dal Medioevo alla modernità è uno dei suoi temi principali. Alcuni critici lo accusano di determinismo, cioè di una visione della società così vincolante da cancellare l’autonomia del singolo; l’enciclopedia ritiene che queste critiche fraintendano il suo pensiero. PresentazioneSlide pronte da scaricare e fare tue in PowerPoint o Google Slides, con le note del relatore. Scegli il taglio Lampo o quello Completo. ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() Falsi miti
Mappa concettualeTrascina lo sfondo per muoverti e i nodi per riposizionarli; usa − e + per chiudere e aprire i rami.
Quiz: mettiti alla provaRispondi alle domande per verificare quanto hai imparato: riceverai subito la correzione e una breve spiegazione. Voto 0/10 0/5
FlashcardsTocca la carta per girarla e verifica se ricordi la risposta, poi passa alla successiva. 1 / 7 Spiegalo con parole tueIl test definitivo: se sai spiegarlo con parole semplici, lo hai capito davvero. Scrivi la tua spiegazione, poi confrontala col Recap. La tua spiegazione resta salvata solo su questo dispositivo.
Domande e risposteChe cos'è l'anomia secondo Durkheim?È una condizione in cui le regole collettive perdono autorità. Nella Divisione del lavoro sociale (1893) indica una mancanza temporanea di norme che facciano cooperare funzioni specializzate; nel Suicidio (1897) diventa uno stato di aspirazioni illimitate, tipico dei periodi di espansione. Il termine viene dal filosofo Jean-Marie Guyau, che lo usò nel 1885 con un altro significato. Qual è la differenza tra solidarietà meccanica e organica?La meccanica tiene insieme individui che si somigliano, in gruppi piccoli dove la coscienza del singolo quasi coincide con quella collettiva. L'organica nasce dalla divisione del lavoro: le persone svolgono compiti diversi e dipendono le une dalle altre. Durkheim collega la prima al diritto penale, la seconda al diritto civile e commerciale. Quali sono i quattro tipi di suicidio di Durkheim?Egoistico (il gruppo integra troppo poco), altruistico (integra troppo), anomico (regola troppo poco i desideri) e fatalistico (regola in modo oppressivo). Durkheim dedica al fatalistico solo una nota a piè di pagina. Perché Durkheim è considerato un fondatore della sociologia?Ha dato alla disciplina un oggetto, i fatti sociali, e un metodo, esposto nelle Regole del metodo sociologico (1895). Secondo l'IEP tenne a Bordeaux, dal 1887, i primi corsi ufficiali di sociologia in Francia, e nel 1896 fondò la rivista L'Année sociologique. Ogni Recap passa da una revisione indipendente prima della pubblicazione. |














