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«Della certezza» di Wittgenstein e le proposizioni-cardine |
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«Della certezza» di Wittgenstein e le proposizioni-cardineCosa stampare Con "Margini: predefiniti" compaiono anche i numeri di pagina. SlideScegli il taglio Lampo10 slideIl filo essenziale, per presentarlo in classeCompleta15 slideTutti i capitoli e gli approfondimentiTutte e due hanno le note del relatore. In 30 secondi lettura lampo«Della certezza» raccoglie gli ultimi appunti di Ludwig Wittgenstein, scritti tra la fine del 1949 e il 27 aprile 1951 e pubblicati nel 1969. Al centro c'è una domanda semplice: perché certe convinzioni, per esempio l'avere due mani, nessuno si mette a controllarle? Wittgenstein le chiama proposizioni-cardine, dall'immagine dei cardini che stanno fermi mentre la porta gira. Chi prova a dubitare di tutto in una volta, sostiene, scopre che il dubbio ha bisogno di qualcosa di saldo su cui appoggiarsi. Da qui viene la sua critica a G.E. Moore, che quelle certezze presentava come cose sapute. Punti Chiave
I numeri chiave
L'ApprofondimentoNel 1949 Norman Malcolm, amico e allievo americano di Ludwig Wittgenstein, discuteva con lui la propria critica all’uso che G.E. Moore fa di «io so» in due scritti sul senso comune, del 1925 e del 1939; per gli Wittgenstein Archives dell’Università di Bergen fu il tema centrale delle loro conversazioni. Da quel confronto nascono gli appunti pubblicati nel 1969 col titolo «Della certezza», dove Wittgenstein mette a fuoco una classe particolare di convinzioni: quelle che nella vita di ogni giorno nessuno pensa di verificare, e che per questo reggono tutto il resto. Per l’inquadramento generale del filosofo c’è il Recap su Wittgenstein e la filosofia analitica, di cui queste pagine sono un capitolo finale. Un libro che Wittgenstein non ha consegnatoGli Wittgenstein Archives dell’Università di Bergen descrivono «Della certezza» come un montaggio editoriale. Gli appunti stanno in quattro quaderni diversi, più un fascio di foglietti sparsi. La prima sezione, i paragrafi dall’1 al 65, viene dal MS 172, ventiquattro pagine sciolte che Anscombe colloca per congettura fra il dicembre 1949 e il marzo 1950, in assenza di date sulle pagine: è il materiale più antico del gruppo. Il manoscritto MS 174, un quaderno di quaranta pagine, porta una sola data, il 24 aprile 1950. Dal MS 175, indicato dagli stessi archivi come la fonte dell’intera terza sezione dell’opera, vengono annotazioni datate dal 23 settembre 1950 al 21 marzo 1951. I paragrafi finali, dal 638 al 676, stanno in un quadernetto, il MS 177, i cui primi appunti risalgono al 25 aprile 1951. Le ultime righe portano la data del 27 aprile 1951: Wittgenstein morì due giorni dopo, il 29 aprile. L’edizione a stampa la curarono G.E.M. Anscombe e G.H. von Wright nel 1969, e secondo gli archivi di Bergen i due ritenevano che negli ultimi mesi il filosofo considerasse quelle pagine un blocco di pensiero a sé stante. «Io so che ho due mani»Moore difendeva il senso comune elencando cose che diceva di sapere: di avere due mani, per esempio, o che esistono oggetti fuori di lui. Wittgenstein contesta l’elenco, però il bersaglio sono le parole con cui Moore lo presenta. La voce «Wittgenstein: Epistemology» della Internet Encyclopedia of Philosophy riassume l’obiezione così: dire «io so» ha senso dove ha senso anche dubitare, e su quelle certezze il dubbio non ha presa, quindi il verbo gira a vuoto. C’è poi un secondo rilievo. Le prove che Moore porta, per esempio mostrare la propria mano, secondo la voce non risultano più sicure di quello che dovrebbero stabilire: aggiungono un gesto a una convinzione che era già salda. Conviene guardare che cosa fa di solito il verbo sapere in una conversazione. Se dico di sapere l’ora del treno, chi mi ascolta può chiedermi come faccio a saperlo, e io rispondo che ho guardato l’orario; posso anche prendere un abbaglio, e allora qualcuno mi corregge. Dietro un «lo so», nel ragionamento di Wittgenstein, stanno una strada per controllare e il margine di sbagliarsi. Con «ho due mani» quell’apparato si inceppa, perché non saprei quale verifica portare né immaginare la scoperta che mi smentisce, e l’osservazione di Wittgenstein punta lì. C’è anche una questione di parole. Per Wittgenstein una frase come «so che la terra esiste da molti anni» non ha un uso riconoscibile nel parlato quotidiano, quando la si prende come normale affermazione di conoscenza; e una frase di cui non riusciamo a trovare l’uso, aggiunge, è una frase che in fondo non capiamo. Su un punto pratico concorda con Malcolm: ripetere «io so che quello è un albero» davanti a un filosofo scettico non funziona come argomento. Che cosa sono le proposizioni-cardineUn’anta gira solo se i suoi cardini stanno al loro posto. L’immagine è di Wittgenstein, e la Internet Encyclopedia of Philosophy la riprende per dire che certe proposizioni hanno lo stesso compito nel nostro modo di ragionare: finché restano immobili, intorno a loro si possono aprire domande e verifiche. Alla voce «Certainty» della Stanford Encyclopedia of Philosophy la cosa è detta dal lato opposto: quelle proposizioni, nella pratica, non vengono messe in discussione proprio perché è su di esse che si muove tutto ciò che una persona chiede o teme di aver sbagliato.
Nella vita pratica la differenza si vede poco, perché i cardini stanno al loro posto e nessuno li guarda. Saltano all’occhio quando qualcuno prova a toccarli. Una persona che mettesse in dubbio di avere un corpo, o l’esistenza del pavimento sotto i piedi, ci risulterebbe difficile da seguire: viene a mancare il piano d’appoggio su cui una discussione si regge. Da qui la mossa più discussa dell’opera. La Internet Encyclopedia of Philosophy la descrive così: le verità ovvie dell’elenco di Moore non vanno trattate, per Wittgenstein, come cose che si sanno e nemmeno come cose di cui si può dubitare; stanno in una categoria propria, con un compito diverso da quello delle normali credenze empiriche. È un terzo posto, accanto ai due in cui la filosofia moderna aveva imparato a smistare le proposizioni. E se dubitassimo di tutto?Secondo la voce «Certainty» della Stanford Encyclopedia of Philosophy, Wittgenstein risponde che un dubbio così non riesce nemmeno a formarsi: chi dubita appoggia la domanda su qualcosa che intanto tiene per fermo. Il dubbio portato all’estremo ha un precedente famoso, raccontato nel Recap su Cartesio e il problema del metodo, e qui il bersaglio è proprio la pretesa di valere per tutto in una volta. La questione tocca anche il linguaggio: la Internet Encyclopedia of Philosophy riporta che per Wittgenstein la certezza su alcuni fatti di base e la certezza sul significato delle parole vanno insieme, perché se manca il terreno condiviso non si capisce più su che cosa cada il dubbio. Chi ha incontrato la domanda su quanto si possa fidarsi dell’esperienza nel Recap sull’empirismo di David Hume, o quella su che cosa renda possibile la conoscenza nella Critica della ragion pura, qui la domanda cambia verso e riguarda che cosa succede a un dubbio che prova a fare a meno di ogni certezza. Che cosa ne è rimastoLa nozione ha avuto una seconda vita. La Internet Encyclopedia of Philosophy documenta un filone di ricerca epistemologica radicato in quelle pagine, con letture molto diverse tra loro, e cita tra i suoi autori Duncan Pritchard, Annalisa Coliva e Danièle Moyal-Sharrock, insieme a Wright, Williams e McGinn. Negli studi quel filone circola col nome di hinge epistemology, dalle «cerniere» di Wittgenstein. Un articolo della Nordic Wittgenstein Review invita alla prudenza su un punto. La critica di Wittgenstein a Moore viene fraintesa spesso, scrive l’autore, in parte perché Wittgenstein stesso ritrae Moore in modo poco fedele, in parte perché i lettori gli attribuiscono una posizione sulla giustificazione della conoscenza che non è davvero la sua. Per quell’articolo il nodo, guardato con gli occhi di Wittgenstein, è che Moore tiene appiccicate tre cose da tenere separate: sapere, essere certi e avere prove. PresentazioneSlide pronte da scaricare e fare tue in PowerPoint o Google Slides, con le note del relatore. Scegli il taglio Lampo o quello Completo. ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() Falsi miti
Mappa concettualeTrascina lo sfondo per muoverti e i nodi per riposizionarli; usa − e + per chiudere e aprire i rami.
Quiz: mettiti alla provaRispondi alle domande per verificare quanto hai imparato: riceverai subito la correzione e una breve spiegazione. Voto 0/10 0/5
FlashcardsTocca la carta per girarla e verifica se ricordi la risposta, poi passa alla successiva. 1 / 7 Spiegalo con parole tueIl test definitivo: se sai spiegarlo con parole semplici, lo hai capito davvero. Scrivi la tua spiegazione, poi confrontala col Recap. La tua spiegazione resta salvata solo su questo dispositivo.
Domande e risposteChe cos'è «Della certezza» di Wittgenstein?È la raccolta degli ultimi appunti di Ludwig Wittgenstein sul tema della conoscenza e del dubbio. Secondo gli Wittgenstein Archives dell'Università di Bergen i materiali stanno in quattro quaderni e in un fascio di foglietti, datati tra la fine del 1949 e il 27 aprile 1951; il volume uscì postumo nel 1969, curato da G.E.M. Anscombe e G.H. von Wright, che lo montarono a partire da quelle pagine. Che cosa sono le proposizioni-cardine, o hinge propositions?Sono le convinzioni di fondo che nella vita quotidiana nessuno si mette a verificare, per esempio l'avere due mani. La Stanford Encyclopedia of Philosophy attribuisce a Wittgenstein l'idea che proprio su di esse si muovano le domande e i dubbi di una persona: come i cardini di una porta, restano ferme perché qualcos'altro possa girare. Perché Wittgenstein critica G.E. Moore?Moore elencava verità ovvie che diceva di sapere, a difesa del senso comune. Per la Internet Encyclopedia of Philosophy, Wittgenstein obietta che il verbo sapere chiede che accanto ci stia la possibilità di dubitare, e che le prove portate da Moore, per esempio mostrare la mano, non aggiungono solidità a una convinzione già ferma. Wittgenstein era uno scettico?No, e il suo ragionamento lavora in senso contrario allo scetticismo totale. Per la Stanford Encyclopedia of Philosophy, Wittgenstein sostiene che un dubbio allargato a ogni cosa non arriva a essere un dubbio, perché chi dubita deve già tenere per buono qualcosa, a partire dal significato delle parole che usa. Che cos'è la hinge epistemology?È un filone della filosofia della conoscenza che prende il nome dalle «cerniere» di «Della certezza». La Internet Encyclopedia of Philosophy lo descrive come un insieme di letture diverse tra loro, tutte radicate nell'opera, e cita tra gli autori Duncan Pritchard, Annalisa Coliva e Danièle Moyal-Sharrock. Ogni Recap passa da una revisione indipendente prima della pubblicazione. |













