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    recaplica Vibe coding: cos'è, quando nasce il termine e quali rischi comporta
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    Vibe coding: cos'è, quando nasce il termine e quali rischi comporta

    Di Redazione Recaplica · Aggiornato il 7 settembre 2026

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    Il vibe coding è un modo di programmare in cui si descrive a voce o per iscritto, in linguaggio naturale, il risultato che si vuole ottenere e si lascia che un modello di intelligenza artificiale scriva (e spesso esegua) il codice al posto proprio, accettando l'output con una revisione minima o nulla. Il termine è stato coniato da Andrej Karpathy il 2 febbraio 2025 ed è diventato talmente diffuso che Collins Dictionary lo ha eletto Parola dell'Anno 2025. Si distingue dal semplice uso di un assistente IA per completare codice che si comprende già: nel vibe coding, per definizione originaria, non si leggono più i diff riga per riga. Diversi studi indipendenti segnalano che questo modo di lavorare aumenta il rischio di vulnerabilità di sicurezza e fughe di credenziali nel codice prodotto.

    Punti Chiave

    • Il vibe coding consiste nel descrivere l'obiettivo in linguaggio naturale e lasciare che l'IA scriva il codice, accettando le modifiche senza rivederle riga per riga (i cosiddetti "diff").
    • Il termine è stato coniato da Andrej Karpathy, cofondatore di OpenAI ed ex direttore dell'IA di Tesla, in un post su X del 2 febbraio 2025.
    • Si differenzia dall'AI-assisted coding classico (es. completamento del codice con GitHub Copilot) perché lì lo sviluppatore mantiene il controllo e la comprensione di quello che scrive; nel vibe coding "puro" quel controllo viene volontariamente lasciato andare.
    • Collins Dictionary ha eletto "vibe coding" Parola dell'Anno 2025, definendolo "l'uso dell'intelligenza artificiale, sollecitata in linguaggio naturale, per scrivere codice informatico".
    • Più fonti indipendenti (Carnegie Mellon University, Veracode, Cloud Security Alliance) segnalano un divario tra codice che funziona e codice sicuro: nel benchmark CMU SusVibes solo il 10,5% del codice generato da un agente IA che superava i test funzionali resisteva anche alla revisione di sicurezza.
    • Secondo il ricercatore Tobin South del MIT Media Lab, il vibe coding avvantaggia soprattutto due profili opposti: programmatori esperti che sanno correggere gli errori dell'IA, e principianti assoluti con un'idea che non saprebbero realizzare da soli.

    I numeri chiave

    • 61% funzionante, 10,5% sicuro nel benchmark SusVibes della Carnegie Mellon University (200 compiti su 108 progetti open source in Python), il 61% del codice generato da un agente IA basato su Claude Sonnet 4 superava i test funzionali, ma solo il 10,5% superava anche la revisione di sicurezza Fonte: Carnegie Mellon University, benchmark SusVibes
    • 28,65 milioni i segreti (credenziali, chiavi API) individuati per errore nel codice pubblicato su GitHub nel 2025, il 34% in più rispetto all'anno precedente Fonte: Cloud Security Alliance, research note 2026
    • 45% la quota di compiti di sviluppo affidati a un'intelligenza artificiale che, secondo test di Veracode su oltre 100 modelli linguistici, introduce almeno una vulnerabilità di sicurezza Fonte: Veracode, citato da Cloud Security Alliance

    L'Approfondimento

    Descrivere il risultato, non le istruzioni

    Programmare, tradizionalmente, significa scrivere istruzioni precise che una macchina esegue passo per passo: righe di codice in un linguaggio come quello descritto nell’articolo sul codice PHP, pensate e verificate da chi le scrive. Il vibe coding ribalta questo schema: invece di scrivere il codice, lo si descrive. Si dice a un modello di intelligenza artificiale cosa si vuole ottenere — “aggiungi un pulsante che esporta i dati in PDF”, “riduci lo spazio a sinistra della barra laterale” — e si lascia che sia il modello a tradurre quella richiesta in codice funzionante, spesso eseguendolo subito.

    Il tratto distintivo, nella definizione originaria del termine, non è tanto l’uso di un’IA per scrivere codice — pratica diventata comune tra il 2025 e il 2026 — quanto la rinuncia a controllarlo. Chi fa vibe coding accetta le modifiche proposte dal modello senza rileggere i “diff”, cioè il confronto riga per riga tra la versione precedente e quella nuova del codice. Si valuta il risultato che si vede a schermo, non il modo in cui ci si è arrivati.

    Vibe coding contro AI-assisted coding classico

    Non tutto l’uso dell’intelligenza artificiale nella programmazione è vibe coding. Da anni esistono strumenti come GitHub Copilot, che suggeriscono righe o funzioni mentre si scrive, o chatbot generalisti usati per sbloccare un problema puntuale: questo è ciò che MIT Technology Review chiama “AI-assisted coding” classico, e la differenza rispetto al vibe coding sta soprattutto nel controllo che resta a chi programma.

    AI-assisted coding classicoVibe coding (definizione originaria)
    Chi capisce il codice prodottoLo sviluppatore, che lo rivedeNon necessariamente: l’IA gestisce i dettagli
    Diff (confronto riga per riga)Vengono letti e valutatiVengono accettati senza leggerli (“Accept All”)
    Ruolo dell’IACompleta o suggerisce parti di codiceScrive e spesso esegue l’intero cambiamento
    Esempio tipicoCompletamento automatico in un editorDescrivere a voce una funzionalità e vederla comparire

    Esempio pratico: uno sviluppatore che usa Copilot per completare una funzione già progettata, e poi ne controlla la logica riga per riga, fa AI-assisted coding classico. Uno sviluppatore che dice a voce “aggiungi un carrello con sconto automatico sopra i 50 euro” e accetta il codice che compare senza verificarlo, fidandosi del fatto che l’app sembra funzionare, fa vibe coding secondo la definizione originaria del termine.

    Da un tweet a parola dell’anno

    Il termine nasce da un post pubblicato su X (Twitter) da Andrej Karpathy, cofondatore di OpenAI ed ex direttore dell’intelligenza artificiale di Tesla, il 2 febbraio 2025. Karpathy raccontava di programmare affidandosi quasi interamente a un assistente IA integrato in un editor di codice, dettando persino le richieste a voce con un’app di trascrizione. Come scrisse lui stesso, “I don’t read the diffs anymore” — non leggo più i diff. Il post ha superato i 4,5 milioni di visualizzazioni secondo fonti secondarie convergenti, e un anno dopo lo stesso Karpathy lo ha definito un pensiero buttato lì di getto, dicendo di non riuscire a prevedere quali dei suoi post avrebbero avuto tanto seguito.

    Da lì il termine si è diffuso rapidamente: entro pochi mesi comparivano articoli, guide e discussioni sul tema, fino a un riconoscimento che di solito arriva dopo anni, non mesi. Il 6 novembre 2025 Collins Dictionary lo ha eletto Parola dell’Anno 2025, definendolo “l’uso dell’intelligenza artificiale, sollecitata in linguaggio naturale, per scrivere codice informatico”. Nella stessa lista di parole IA selezionate da Collins per il 2025 comparivano anche “clanker” e “broligarchy”; nello stesso periodo Merriam-Webster ha scelto invece “slop” come propria parola dell’anno, a segnalare quanto il tema dei contenuti generati dall’IA fosse centrale nel dibattito pubblico di quei mesi.

    Chi ne trae vantaggio, e chi rischia di più

    Secondo Tobin South, ricercatore del MIT Media Lab, il vibe coding avvantaggia soprattutto due profili agli estremi opposti: programmatori esperti, capaci di riconoscere e correggere in fretta un errore generato dall’IA, e principianti assoluti che hanno un’idea precisa di cosa vogliono costruire ma non saprebbero tradurla in codice da soli. Il dossier non dice esplicitamente chi ci guadagni meno, ma si può ipotizzare che sia proprio chi sta ancora imparando a programmare: la comprensione del codice, che è anche il modo in cui si impara a scrivere codice migliore, viene qui delegata quasi per intero al modello. Il ragionamento alla base di questi sistemi è lo stesso che permette a un modello di riconoscere schemi in enormi quantità di dati, come racconta l’articolo sul machine learning, e che alimenta più in generale l’intelligenza artificiale generativa capace di produrre testi, immagini o codice a partire da un’istruzione in linguaggio naturale.

    I rischi documentati: quando “funziona” non vuol dire “sicuro”

    Uno dei rischi più discussi dagli studi di settore riguarda proprio la mancanza di revisione umana. Un dato colpisce più degli altri: nel benchmark SusVibes della Carnegie Mellon University, condotto su 200 compiti costruiti su 108 progetti open source in Python, il 61% del codice generato da un agente IA basato su Claude Sonnet 4 superava i test funzionali, ma solo il 10,5% superava anche la revisione di sicurezza. In pratica, su dieci funzionalità che sembrano funzionare, circa nove portano con sé almeno una vulnerabilità sfruttabile.

    Non è un caso isolato. Test di Veracode su oltre 100 modelli linguistici hanno rilevato che il 45% dei compiti di sviluppo affidati a un’IA introduce almeno una vulnerabilità di sicurezza, spesso riconducibile alle categorie della classifica OWASP Top 10, lo standard di riferimento sulle falle più comuni nelle applicazioni web. La Cloud Security Alliance segnala inoltre un altro tipo di rischio, meno visibile ma diffuso: le fughe di credenziali. Nel 2025 sono stati individuati su GitHub 28,65 milioni di segreti — chiavi API, password, token di accesso — inseriti per errore nel codice pubblicato, il 34% in più rispetto all’anno precedente, l’aumento più marcato mai registrato in un solo anno. Tra i fattori citati per questo salto ci sono probabilmente anche i ritmi più rapidi con cui l’IA permette di scrivere e pubblicare codice, anche se attribuire l’intero aumento al solo vibe coding sarebbe una semplificazione: il fenomeno riguarda più in generale l’uso crescente di strumenti IA nello sviluppo software.

    Sono comparse anche classi di attacco che non hanno un vero equivalente nel codice scritto interamente da programmatori umani. Lo “slopsquatting”, per esempio, sfrutta il fatto che i modelli IA a volte raccomandano nomi di pacchetti software inesistenti, “allucinati” durante la generazione: su un campione di 576.000 casi analizzati dalla Cloud Security Alliance, il 20% conteneva pacchetti inventati. Chi attacca registra quei nomi su repository pubblici come npm o PyPI, in attesa che qualcuno li installi per errore, portandosi in casa del codice malevolo.

    Il paradosso tra fiducia e qualità

    I dati raccolti dalla Cloud Security Alliance descrivono anche un divario tra quanto gli sviluppatori si fidano di questi strumenti e quanto, nella pratica, funzionano bene. Il 91% degli sviluppatori intervistati usa strumenti di codifica IA, e circa il 22% del codice unito ai progetti è scritto dall’intelligenza artificiale. Nello stesso periodo, però, la fiducia degli sviluppatori nell’accuratezza dell’IA è scesa dal 40% al 29% anno su anno, e il 66% dichiara di passare più tempo a correggere codice generato dall’IA che sembra quasi giusto, ma non lo è — un segnale che più uso di questi strumenti non è andato di pari passo con più fiducia nella loro affidabilità reale. Su un terreno collegato, chi si occupa di normare l’uso dell’intelligenza artificiale — come racconta l’articolo sull’AI Act, il regolamento europeo sull’IA — guarda con attenzione crescente proprio ai sistemi che possono incidere su sicurezza e dati delle persone, categoria in cui rientrano anche le applicazioni costruite interamente con il vibe coding e messe in produzione senza controlli aggiuntivi.

    Presentazione

    Slide pronte da scaricare e fare tue in PowerPoint o Google Slides, con le note del relatore. Scegli il taglio Lampo o quello Completo.

    Slide 1 della presentazione su Vibe coding: Il vibe codingSlide 2 della presentazione su Vibe coding: Cosa succede quando i diff non li legge più nessuno?Slide 3 della presentazione su Vibe coding: Di cosa parliamoSlide 4 della presentazione su Vibe coding: Capitolo 01: Descrivere, non scrivereSlide 5 della presentazione su Vibe coding: Come si lavora, in tre mosseSlide 6 della presentazione su Vibe coding: Dove passa il confineSlide 7 della presentazione su Vibe coding: Capitolo 02: Da un post a parola dell'annoSlide 8 della presentazione su Vibe coding: Dal post al dizionarioSlide 9 della presentazione su Vibe coding: Le parole dell'IA nel 2025: Vibe coding, Slop, ClankerSlide 10 della presentazione su Vibe coding: Capitolo 03: Quando funzionare non bastaSlide 11 della presentazione su Vibe coding: Il benchmark SusVibes della Carnegie Mellon UniversitySlide 12 della presentazione su Vibe coding: Superare i test non vuol dire essere sicuro.Slide 13 della presentazione su Vibe coding: Nel codice · Segreti · SlopsquattingSlide 14 della presentazione su Vibe coding: Capitolo 04: Vantaggi e fiduciaSlide 15 della presentazione su Vibe coding: Chi ne trae vantaggio, secondo Tobin SouthSlide 16 della presentazione su Vibe coding: Il divario nei dati della Cloud Security AllianceSlide 17 della presentazione su Vibe coding: Cosa caratterizza il vibe coding, nella definizione originaria?Slide 18 della presentazione su Vibe coding: E adesso, il ripasso
    Lampo10 slideIl filo essenziale, per presentarlo in classeCompleta18 slideTutti i capitoli e gli approfondimenti

    Falsi miti

    • ✗ Mito Il vibe coding è solo un altro modo di dire "programmare con l'aiuto di ChatGPT o GitHub Copilot".

      ✓ Realtà Non secondo la definizione originaria del termine. MIT Technology Review distingue chiaramente i due casi: usare un assistente IA per completare o rifattorizzare codice che si comprende e si rivede è AI-assisted coding classico; il vibe coding "vero", come lo ha descritto Karpathy, implica lasciare che l'IA prenda il controllo pieno e astenersi dal controllare i diff che genera. La differenza sta nel grado di revisione, non nello strumento usato.

    • ✗ Mito Se il codice generato dall'IA funziona ed esegue i test, vuol dire che è anche sicuro.

      ✓ Realtà I dati dicono il contrario. Nel benchmark SusVibes della Carnegie Mellon University, il 61% del codice prodotto da un agente IA superava i test funzionali, ma solo il 10,5% resisteva anche alla revisione di sicurezza: su dieci funzionalità che funzionano, circa nove portano con sé almeno una vulnerabilità sfruttabile. Superare i test dice se il codice fa quello che deve, non se lo fa in modo sicuro.

    • ✗ Mito Gli sviluppatori si fidano del codice scritto dall'IA perché, nella pratica, si rivela più affidabile di quello umano.

      ✓ Realtà I dati raccolti dalla Cloud Security Alliance vanno nella direzione opposta: nello stesso periodo in cui l'uso di strumenti IA per programmare è salito al 91% degli sviluppatori intervistati, la loro fiducia nell'accuratezza dell'IA è scesa dal 40% al 29% in un anno, e il 66% dichiara di passare più tempo a correggere codice generato dall'IA che sembra quasi giusto ma non lo è. Più uso non significa più fiducia: significa più occasioni di scoprire che il codice va comunque controllato.

    Mappa concettuale

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    Mappa concettuale: Vibe coding: cos'è, quando nasce il termine e quali rischi comporta
    • Vibe coding
      • Cos'è
        • Definizione Descrivere l'obiettivo in linguaggio naturale e accettare il codice dell'IA senza rivedere i diff.
        • Chi lo usa Programmatori esperti e principianti assoluti, secondo Tobin South (MIT Media Lab).
      • Origine e diffusione
        • Il post di Karpathy 2 febbraio 2025, oltre 4,5 milioni di visualizzazioni.
        • Parola dell'Anno Collins Eletta il 6 novembre 2025.
      • Differenza dall'AI-assisted coding
        • Con revisione Completare codice che si comprende, es. con GitHub Copilot.
        • Senza revisione Accettare l'output dell'IA senza leggere i diff.
      • Rischi noti
        • Vulnerabilità di sicurezza
          • Studio CMU SusVibes 61% funzionante, solo 10,5% sicuro.
          • Test Veracode Il 45% dei compiti introduce vulnerabilità.
        • Fughe di credenziali 28,65 milioni di segreti su GitHub nel 2025.
        • Nuove classi di attacco Slopsquatting e backdoor nei file di configurazione.
      • Fiducia e percezione
        • Fiducia in calo Dal 40% al 29% anno su anno, secondo CSA.
        • Più tempo a correggere Il 66% degli sviluppatori corregge codice "quasi giusto" dell'IA, secondo CSA.

    Quiz: mettiti alla prova

    Rispondi alle domande per verificare quanto hai imparato: riceverai subito la correzione e una breve spiegazione.

    Voto 0/10 0/5
    1 Secondo la definizione originaria data da Andrej Karpathy, cosa caratterizza davvero il vibe coding?

    Karpathy ha descritto il vibe coding come "see stuff, say stuff, run stuff, and copy paste stuff": si affida pienamente all'IA e non si controllano più le modifiche proposte. È questa rinuncia alla revisione, non il semplice uso di un'IA, a definire il vibe coding "puro".

    2 Chi ha coniato il termine "vibe coding" e quando?

    Il termine nasce da un post di Andrej Karpathy, cofondatore di OpenAI ed ex direttore dell'IA di Tesla, pubblicato su X (Twitter) il 2 febbraio 2025. Collins Dictionary lo ha eletto Parola dell'Anno solo mesi dopo, il 6 novembre 2025, non lo ha inventato.

    3 Qual è la differenza principale tra il vibe coding e l'uso classico di un assistente IA per programmare (AI-assisted coding, es. completamento del codice con GitHub Copilot)?

    Secondo MIT Technology Review, usare uno strumento come GitHub Copilot per completare o rifattorizzare codice che già si capisce è assistenza IA classica; il vibe coding, nella sua definizione originaria, implica invece accettare l'output dell'IA senza leggere davvero i diff che modifica.

    4 Vero o falso: se il codice generato da un'IA supera i test funzionali (cioè "funziona"), significa anche che è sicuro.

    Falso: nel benchmark SusVibes della Carnegie Mellon University, il 61% del codice generato superava i test funzionali, ma solo il 10,5% superava anche la revisione di sicurezza. Funzionare e essere sicuro sono due cose distinte, e il divario tra le due può essere ampio.

    5 Cosa ha fatto Collins Dictionary il 6 novembre 2025 in relazione al termine "vibe coding"?

    Collins Dictionary ha scelto "vibe coding" come propria Parola dell'Anno 2025, definendolo "l'uso dell'intelligenza artificiale, sollecitata in linguaggio naturale, per scrivere codice informatico". Nello stesso periodo, Merriam-Webster ha scelto invece "slop" come propria parola dell'anno: sono due scelte editoriali distinte.

    Risposte: 1-A · 2-A · 3-A · 4-B · 5-A

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    Il vibe coding è un modo di programmare in cui si descrive a voce o per iscritto, in linguaggio naturale, il risultato che si vuole ottenere e si lascia che un modello di intelligenza artificiale scriva (e spesso esegua) il codice al posto proprio, accettando l'output con una revisione minima o nulla. Il termine è stato coniato da Andrej Karpathy il 2 febbraio 2025 ed è diventato talmente diffuso che Collins Dictionary lo ha eletto Parola dell'Anno 2025. Si distingue dal semplice uso di un assistente IA per completare codice che si comprende già: nel vibe coding, per definizione originaria, non si leggono più i diff riga per riga. Diversi studi indipendenti segnalano che questo modo di lavorare aumenta il rischio di vulnerabilità di sicurezza e fughe di credenziali nel codice prodotto.

    Domande e risposte

    Cos'è il vibe coding, in parole semplici?

    È un modo di programmare in cui si descrive a un'intelligenza artificiale, in linguaggio naturale, cosa si vuole ottenere, e si lascia che sia lei a scrivere (e spesso a eseguire) il codice, accettando l'output con una revisione minima o nulla. Il termine è stato coniato da Andrej Karpathy il 2 febbraio 2025.

    Vibe coding e uso di un assistente IA per programmare sono la stessa cosa?

    No. Usare un assistente come GitHub Copilot per completare funzioni che si comprendono già, controllando quello che produce, è "AI-assisted coding" classico. Il vibe coding, nella definizione originaria di Karpathy, implica invece rinunciare a rivedere i diff e affidarsi quasi ciecamente all'output dell'IA.

    Il codice scritto con il vibe coding è sicuro?

    Diversi studi indipendenti indicano di no, almeno non senza controlli aggiuntivi. Il benchmark SusVibes della Carnegie Mellon University ha trovato che solo il 10,5% del codice generato da un agente IA che superava i test funzionali resisteva anche alla revisione di sicurezza; test di Veracode indicano che il 45% dei compiti di sviluppo affidati a un'IA introduce vulnerabilità.

    Da dove viene il nome "vibe coding"?

    Da un post pubblicato su X (Twitter) da Andrej Karpathy, il 2 febbraio 2025, in cui descriveva il proprio modo di programmare affidandosi quasi interamente a un assistente IA. Il post è diventato virale, superando i 4,5 milioni di visualizzazioni secondo fonti secondarie convergenti, e il 6 novembre 2025 Collins Dictionary lo ha eletto Parola dell'Anno.

    Chi trae più vantaggio dal vibe coding?

    Secondo Tobin South, ricercatore del MIT Media Lab, soprattutto due profili opposti: programmatori esperti, capaci di individuare e correggere gli errori generati dall'IA, e principianti assoluti che hanno un'idea precisa ma non saprebbero tradurla in codice da soli.

    Fonti consultate

    • Andrej Karpathy, post su X (coniazione del termine, 2 febbraio 2025)
    • MIT Technology Review — What is vibe coding, exactly?
    • Collins Dictionary — Collins' Word of the Year 2025
    • Cloud Security Alliance — Vibe Coding Security Crisis: Credential Sprawl and SDLC Debt

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