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Alessandro Manzoni e I Promessi Sposi: trama, redazioni e personaggi | ||||||||||||||||
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Alessandro Manzoni e I Promessi Sposi: trama, redazioni e personaggiCosa stampare Con "Margini: predefiniti" compaiono anche i numeri di pagina. SlideScegli il taglio Lampo10 slideIl filo essenziale, per presentarlo in classeCompleta17 slideTutti i capitoli e gli approfondimentiTutte e due hanno le note del relatore. In 30 secondi lettura lampoAlessandro Manzoni (Milano, 1785-1873) scrive I Promessi Sposi, il romanzo che darà all'Italia un modello di lingua nazionale prima ancora che uno Stato unico. Racconta di Renzo e Lucia, due giovani filatori di seta nella Lombardia del Seicento, il cui matrimonio è ostacolato dal prepotente don Rodrigo: separati dalla fuga, i due attraversano la carestia, la guerra e la peste di Milano del 1630 prima di ritrovarsi. Manzoni non scrisse il romanzo una volta sola: lo riscrisse tre volte in vent'anni, fino alla Quarantana del 1840-1842, rivista in un fiorentino colto pensato per tutta l'Italia. Personaggi come l'Innominato e la monaca di Monza non sono del tutto inventati, ma rielaborano vicende storiche realmente accadute. Punti Chiave
I numeri chiave
L'ApprofondimentoUn autore tra Illuminismo e fedeAlessandro Manzoni nasce a Milano il 7 marzo 1785. La madre, Giulia Beccaria, è figlia di Cesare Beccaria, l’autore illuminista di «Dei delitti e delle pene»: un’eredità intellettuale che pesa sulla formazione del figlio. Formalmente Alessandro è figlio del conte Pietro Manzoni, marito di Giulia; già in vita circolava però una diceria, mai confermata, su una relazione della madre con Giovanni Verri, fratello del più noto Pietro Verri. L’istruzione che riceve da ragazzo è rigida: prima dai somaschi, tra i collegi di Merate e Lugano, poi dai barnabiti nel collegio del Longone, alle porte di Milano, un’educazione che, da adulto, ricorderà con parole dure. Nel 1805 raggiunge la madre a Parigi, dove frequenta gli idéologues, gli eredi intellettuali dei philosophes illuministi e del clima aperto dalla Rivoluzione francese, e avvia un fitto scambio epistolare con lo storico Claude Fauriel su temi linguistici e letterari. Nel 1808 sposa giovanissima Enrichetta Blondel, di famiglia calvinista, con rito civile e calvinista. Il percorso che lo porta al cattolicesimo dura alcuni anni e passa anche per l’incontro con il padre spirituale Eustachio Degola, un giansenista convertito; resta celebre l’aneddoto del 2 aprile 1810, quando durante i festeggiamenti a Parigi per il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d’Austria il panico della folla per lo scoppio di alcuni mortaretti provoca vittime nella calca, e Manzoni, separato da Enrichetta, si sarebbe rifugiato sui gradini della chiesa di Saint-Roch in un momento di crisi religiosa: un episodio la cui origine ed esattezza storica restano discusse dalla critica. Il matrimonio con Enrichetta viene poi celebrato anche con rito cattolico, il 15 febbraio 1810. Manzoni diventa così il rappresentante più compiuto di una sintesi tra l’area liberale dell’Illuminismo e la profondità etica della fede cattolica ripresa dal Romanticismo, orientata al rinnovamento della nazione italiana: un percorso diverso da quello di un contemporaneo come Giacomo Leopardi, che nello stesso torno d’anni guarda al Romanticismo italiano con una sensibilità di segno opposto. Nel 1848, durante le Cinque giornate di Milano, Manzoni prende posizione, pur col suo consueto distacco, su posizioni patriottiche e democratiche; nel 1860 diventa senatore del Regno d’Italia, e nel 1861 partecipa alla seduta del Senato a Torino che dà parere favorevole alla proclamazione di Vittorio Emanuele II come re d’Italia, la stessa stagione politica raccontata nel recap sul Risorgimento. Rimasto vedovo di Enrichetta nel 1833, sposa poi Teresa Borri vedova Stampa, di cui resta a sua volta vedovo nel 1861. Muore a Milano il 22 maggio 1873, a 88 anni compiuti, per le conseguenze di una caduta all’uscita dalla chiesa di San Fedele. Nel primo anniversario della morte, nel 1874, Milano lo celebra nella chiesa di San Marco con la Messa da Requiem che Giuseppe Verdi scrive apposta in suo onore. Tre redazioni per un romanzo soloI Promessi Sposi non arriva alla forma che tutti conoscono in un solo passaggio. La prima stesura, tra il 1821 e il 1823, si intitola Fermo e Lucia: non viene mai pubblicata in vita di Manzoni, e il protagonista maschile si chiama ancora Fermo, non Renzo. Segue la «Ventisettana», pubblicata in tre volumi tra il 1825 e il 1827 col titolo definitivo: qui compare per la prima volta il nome Renzo, ma la lingua resta segnata da forti tratti lombardi. L’edizione completa in un solo volume esce nel 1827. Manzoni rivede poi ampiamente la lingua nella «Quarantana», uscita tra il 1840 e il 1842, che diventa il testo di riferimento nelle scuole e nelle edizioni moderne.
Dopo la pubblicazione della Ventisettana, nel 1827 Manzoni si reca a Firenze apposta per sottoporre il romanzo a una revisione linguistica che lo allinei al fiorentino colto realmente parlato, non solo scritto. Il lavoro vero e proprio comincia nell’estate del 1839, con l’aiuto di Emilia Luti, governante fiorentina della famiglia D’Azeglio. Sulle copie della Quarantana Manzoni lascia una dedica autografa che dà il nome a tutta l’operazione:
Il risultato non è un ritocco di superficie: Manzoni elimina sistematicamente i lombardismi lessicali e grammaticali di cui abbondava la Ventisettana. Con la prima edizione si era rivolto a un pubblico milanese; con la Quarantana realizza il progetto di parlare a un pubblico italiano nazionale, in un’epoca in cui una lingua italiana comune, parlata davvero, quasi non esisteva. La trama, tra amore e prepotenzaLa vicenda è ambientata nella Lombardia spagnola tra il 1628 e il 1630, in un paesaggio ai piedi delle Prealpi stremato dalla guerra dei Trent’anni, dalla carestia e infine dalla peste. Renzo e Lucia sono due giovani popolani, filatori di seta, che si preparano al matrimonio. A ostacolarlo è don Rodrigo, un signorotto locale che desidera Lucia: manda i suoi bravi a minacciare don Abbondio, il curato del paese, perché non celebri le nozze. Don Abbondio, per viltà, si tira indietro. Renzo e Lucia tentano allora un matrimonio a sorpresa, che fallisce, e sono costretti a fuggire separatamente con l’aiuto di fra Cristoforo, un frate che si oppone apertamente a don Rodrigo. Lucia viene rapita dall’Innominato su istigazione dello stesso don Rodrigo, e in seguito, durante la peste di Milano del 1630, si ammala. Nel Lazzaretto della città avviene la riconciliazione con don Rodrigo, ormai morente; solo a quel punto Renzo e Lucia possono finalmente sposarsi. Manzoni parte da una trama classica, quella di due innamorati separati da un ostacolo, ma ne fa un cammino faticoso verso la pace e la felicità, fondato su valori morali autentici, che finisce per smascherare l’ipocrisia e il conformismo della società del tempo. Per questo motivo il romanzo è considerato il romanzo storico per eccellenza della letteratura italiana, non un romanzo di formazione: pur seguendo la maturazione dei due protagonisti, il centro dell’opera resta la ricostruzione del Seicento lombardo e il giudizio morale sulla società, più che l’evoluzione psicologica interiore dei personaggi. Storia e finzione: l’Innominato e la monaca di MonzaDiversi personaggi del romanzo non sono invenzioni pure. Per l’Innominato, il feudatario che rapisce Lucia su istigazione di don Rodrigo, la critica indica come possibile modello Francesco Bernardino Visconti, feudatario di Brignano Ghiaradadda: un editto del governatore di Milano lo dichiarò capo di banditi nel 1603. Manzoni discendeva da questo casato per parte materna. Alcuni dettagli tramandati dal cronista secentesco Giuseppe Ripamonti, contemporaneo dei fatti, escluderebbero però Francesco Bernardino come modello esatto, in particolare perché non si sposò mai: lo storico Giulio Scotti ha proposto come alternativa il fratello, Galeazzo Maria Visconti, anch’egli coinvolto in azioni criminali. Nel romanzo, l’Innominato reagisce dapprima con stizza, poi si pente di quanto ha fatto a Lucia e passa una notte di rimorso; al mattino, sentendo le campane che annunciano l’arrivo del cardinale Federico Borromeo, va da lui a confessarsi, e in seguito lo aiuta a riportare Lucia da sua madre. Federico Borromeo, cugino di san Carlo Borromeo, diventa arcivescovo di Milano nel 1595, a 31 anni; nel 1609 fonda la Biblioteca Ambrosiana, inviando otto emissari in Italia, Francia, Spagna, Germania, Fiandre, Grecia, Libano e Gerusalemme a raccogliere libri e manoscritti, fino a una raccolta di circa 30.000 volumi a stampa e 14.000 manoscritti; durante la peste del 1630 si distingue per zelo e carità. Anche la monaca di Monza, Gertrude, ha un modello storico: Marianna de Leyva, nata a Milano nel 1575 e morta nel 1650, figlia del conte di Monza. Orfana di madre in giovane età, viene avviata alla carriera religiosa dal padre e dalla zia paterna, ed entra tredicenne nel monastero di Santa Margherita a Monza. Resta segregata per circa 14 anni, fino al 1622, quando l’arcivescovo Federico Borromeo, dopo colloqui in cui ne accerta il pentimento, ne dispone la scarcerazione e le affida il compito di scrivere lettere di conforto a monache incerte sulla propria vocazione. Gli atti del processo che la riguardò furono resi pubblici solo nel 1957, oltre un secolo dopo la pubblicazione del romanzo: Manzoni conosceva la vicenda solo per tradizione orale, e nel romanzo dà a Gertrude un carattere più debole della Marianna storica, con una monacazione forzata dai genitori in modo ancora più netto. La peste di Milano del 1630Nel romanzo la peste arriva a chiudere un ciclo di sciagure già aperto dalla guerra e dalla carestia. Milano contava circa 250.000 abitanti all’inizio dell’epidemia, tra il 1629 e il 1630; le stime dei morti variano molto a seconda della fonte storiografica, tra circa 140.000 e oltre 180.000 vittime. Il cronista secentesco Giuseppe Ripamonti, autore de «La peste di Milano del 1630» e fonte primaria usata dallo stesso Manzoni, parla di 50.000 persone passate per il Lazzaretto cittadino durante l’epidemia; il Tribunale della Sanità ne riportò invece 100.000, una discrepanza che segnala quanto sia difficile, per gli storici, dare un numero certo. Il Lazzaretto si trovava nell’area oggi compresa tra via San Gregorio, via Lazzaretto e corso Buenos Aires. A questo episodio è legata anche la «Storia della colonna infame», l’appendice storiografica che Manzoni allega all’edizione definitiva del 1840. Racconta, basandosi sulle «Osservazioni sulla tortura» di Pietro Verri, il processo contro i presunti untori Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, torturati e uccisi a Milano nel 1630. Manzoni vi lavora con rinnovato impegno dal 1839, dopo averlo escluso dall’edizione del 1827 per ragioni di tempi editoriali, benché il testo fosse già previsto come digressione fin dai tempi di Fermo e Lucia. Un fiorentino per tutta l’ItaliaIl progetto linguistico della Quarantana va letto insieme a un dato sorprendente: secondo la stima del linguista Tullio De Mauro, al momento dell’Unità d’Italia, nel 1861, solo il 2,5% della popolazione era in grado di parlare italiano. Quella stima si compone di circa l’1% con un’istruzione oltre le elementari, più circa l’1,5% di toscani o romani che possedevano la lingua per ragioni geografiche; il primo censimento del Regno d’Italia, nello stesso anno, registrò che oltre il 78% della popolazione era analfabeta. Esiste anche una stima alternativa, più alta, proposta dal linguista Arrigo Castellani, che porterebbe la quota di parlanti italiano intorno al 10%. In un Paese linguisticamente frammentato tra i dialetti, la Quarantana, scritta in un fiorentino colto e realmente parlato, fu presa a modello di lingua nazionale, contribuendo, insieme alla scuola dell’obbligo post-unitaria e in seguito alla televisione, alla diffusione dell’italiano standard parlato in Italia dal Novecento in poi. Non era la prima volta che un’opera letteraria svolgeva questo ruolo: secoli prima, la Divina Commedia di Dante aveva contribuito a dare dignità letteraria al volgare fiorentino, in un’Italia divisa in mille dialetti anche allora. Un cannocchiale sulla storiaIl romanzo definitivo conta 38 capitoli, raggruppabili in quattro sezioni di estensione pressoché uguale, con una struttura descritta dalla critica come «a cannocchiale»: si apre su una prospettiva ristretta, il borgo di Renzo e Lucia, e si allarga progressivamente fino a includere eventi storici di portata europea, come la guerra dei Trent’anni, la carestia e la peste. I primi otto capitoli, la cosiddetta «sezione borghigiana», coprono una narrazione concentrata in appena quattro giorni. Le digressioni principali riguardano la storia dell’Innominato, tra i capitoli 18 e 19, la carestia, la guerra e la peste, tra i capitoli 28 e 32, e la storia di Gertrude, tra la fine del capitolo 9 e la fine del capitolo 10. Manzoni apre il romanzo con un espediente narrativo preciso: finge, nella sua Introduzione, di aver ritrovato e trascritto un manoscritto anonimo del Seicento, scritto in una lingua barocca e involuta che dichiara di voler «ammodernare» per il lettore. È il topos letterario del «manoscritto ritrovato», che gli permette di prendere le distanze ironicamente dalle proprie fonti e di intervenire nel racconto come commentatore. Il celebre incipit, «Quel ramo del lago di Como…», descrive il ramo di Lecco del lago, luogo dell’infanzia e dell’adolescenza di Manzoni, che aveva una villa di famiglia a Caleotto, vicino Lecco: un’ambientazione scelta apposta per la conoscenza diretta che l’autore ne aveva. Il romanzo conquista subito il pubblico e diventa un simbolo patriottico per gli italiani della stagione nazionalistica del Risorgimento, tanto da restare un modello per molti scrittori italiani successivi. Tradotto in inglese, il titolo fu inizialmente «The Betrothed Lovers», poi più comunemente «The Betrothed». Nato in un borgo sul ramo di Lecco del lago di Como, il romanzo diventa un pezzo della lingua comune di un intero Paese. Pochi altri libri della letteratura italiana hanno lasciato un segno così profondo sulla lingua e sull’immaginazione dei loro lettori. PresentazioneSlide pronte da scaricare e fare tue in PowerPoint o Google Slides, con le note del relatore. Scegli il taglio Lampo o quello Completo. ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() Falsi miti
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Quiz: mettiti alla provaRispondi alle domande per verificare quanto hai imparato: riceverai subito la correzione e una breve spiegazione. Voto 0/10 0/5
FlashcardsTocca la carta per girarla e verifica se ricordi la risposta, poi passa alla successiva. 1 / 8 Spiegalo con parole tueIl test definitivo: se sai spiegarlo con parole semplici, lo hai capito davvero. Scrivi la tua spiegazione, poi confrontala col Recap. La tua spiegazione resta salvata solo su questo dispositivo.
Domande e risposteDi cosa parla I Promessi Sposi?Del matrimonio impedito di Renzo e Lucia, due giovani filatori di seta nella Lombardia del Seicento. Il signorotto don Rodrigo desidera Lucia e minaccia il curato don Abbondio perché non celebri le nozze; i due fuggono separatamente e attraversano la carestia, la guerra dei Trent'anni e la peste di Milano del 1630 prima di potersi finalmente sposare. Qual è la differenza tra la Ventisettana e la Quarantana?Sono due edizioni dello stesso romanzo. La Ventisettana (1825-1827) è la prima versione col titolo definitivo, ma scritta con forti tratti lombardi. La Quarantana (1840-1842) è l'edizione definitiva, rivista da Manzoni con l'aiuto dell'informatrice fiorentina Emilia Luti per eliminare i lombardismi e scrivere in un fiorentino colto pensato per un pubblico italiano, non solo milanese. Chi sono davvero l'Innominato e la monaca di Monza?Non sono invenzioni pure. Dietro la monaca di Monza, Gertrude, c'è Marianna de Leyva (1575-1650), costretta a farsi monaca a tredici anni; i suoi atti processuali furono resi pubblici solo nel 1957. Dietro l'Innominato la critica indica, con cautela, Francesco Bernardino Visconti, un feudatario designato capo di banditi nel 1603, anche se una fonte coeva lo escluderebbe e alcuni storici propongono come modello il fratello. Quante persone morirono nella peste di Milano del 1630 raccontata nel romanzo?Le stime variano molto a seconda della fonte: tra circa 140.000 e oltre 180.000 vittime, su una popolazione milanese stimata intorno ai 250.000 abitanti a inizio epidemia. Manzoni raccontò la vicenda anche nella Storia della colonna infame, l'appendice storica aggiunta all'edizione del 1840 sul processo contro due presunti untori. Perché I Promessi Sposi è considerato importante per la lingua italiana?Perché la Quarantana, scritta in un fiorentino colto parlato e non solo letterario, fu presa a modello di lingua nazionale in un momento in cui, secondo la stima del linguista Tullio De Mauro, solo il 2,5% degli italiani sapeva parlare italiano. Contribuì così, insieme alla scuola dell'obbligo post-unitaria e poi alla televisione, alla diffusione dell'italiano standard che nel corso del secolo successivo si è affermato in tutto il Paese. Ogni Recap passa da una revisione indipendente prima della pubblicazione. |















