Il modello del cambiamento di Kurt Lewin descrive in tre fasi come un'organizzazione passa da una situazione consolidata a una nuova e non ricade nelle vecchie abitudini. Nella fase di unfreeze si riconosce la necessità di cambiare e si prepara il terreno; nella fase di change si introducono i nuovi processi e comportamenti; nella fase di refreeze si consolida il nuovo assetto perché non si torni al punto di partenza. Il modello nasce dal lavoro di Lewin negli anni '40 sulla dinamica dei gruppi; la formulazione in tre fasi usata nella gestione del cambiamento aziendale è in buona parte una ricostruzione successiva. Resta comunque il riferimento più citato quando si parla di gestione del cambiamento organizzativo, insieme alle sue critiche.
Punti Chiave
Il modello di Lewin scompone il cambiamento organizzativo in tre fasi, unfreeze, change e refreeze.
Nella fase di unfreeze si comunica perché il cambiamento è necessario e si prepara l'organizzazione ad accettarlo.
Nella fase di change si introducono davvero i nuovi processi, sistemi o comportamenti.
Nella fase di refreeze si stabilizzano i nuovi comportamenti perché diventino la normalità di tutti i giorni.
Il termine 'refreeze' non compare negli scritti di Lewin: a quanto ricostruisce uno studio storiografico del 2016, fu introdotto nel 1950 da Leon Festinger e diventò lo standard del settore solo dagli anni '80.
Le critiche più ricorrenti riguardano la linearità del modello e la sua scarsa presa sui cambiamenti radicali o continui.
L'Approfondimento
Cos’è il modello di Lewin
Il modello del cambiamento di Kurt Lewin è uno schema in tre fasi che
descrive come un’organizzazione passa da un modo di lavorare consolidato
a uno nuovo: unfreeze, change, refreeze. Lewin arriva a queste idee
dentro un lavoro più ampio sulla dinamica dei gruppi teorizzata da
Lewin, lo stesso filone di
ricerca da cui nasce il suo concetto di campo psicologico. Qui l’angolo
è diverso: non la psicologia dei gruppi, ma come quel modello viene
usato per progettare la gestione del cambiamento in azienda.
Le tre fasi, una per una
Fase
Cosa succede
Unfreeze
Si riconosce che il cambiamento serve, si comunica il perché e si prepara l’organizzazione a lasciare le vecchie abitudini.
Change
Si introducono i nuovi processi, sistemi o comportamenti; le persone iniziano a risolvere l’incertezza e a cercare modi nuovi di lavorare.
Refreeze
Si consolida il nuovo assetto, perché resti stabile nel tempo.
Una spiegazione molto usata nella formazione manageriale, quella di
MindTools, paragona il processo a un cubo di ghiaccio: va prima sciolto
per poterlo modellare (unfreeze), poi modellato nella forma che serve
(change), infine solidificato di nuovo (refreeze). È un’immagine utile
proprio perché rende visibile il punto più delicato del modello: senza
l’ultima fase, la forma nuova rischia di sciogliersi di nuovo appena
smette la spinta al cambiamento.
Un caso pratico: la ristrutturazione Nissan
Esempio pratico: durante la ristrutturazione di Nissan Motor
Company sotto la guida di Carlos Ghosn, le tre fasi del modello si
riconoscono con chiarezza. Nella fase di unfreeze, Ghosn comunica ai
dipendenti la gravità della crisi dell’azienda e forma team
interfunzionali incaricati di proporre soluzioni. Nella fase di
change, Nissan ristruttura le operazioni, chiude stabilimenti e taglia
i costi, mentre la direzione comunica i progressi e coinvolge il
personale. Nella fase di refreeze, Ghosn introduce una retribuzione
legata ai risultati e sistemi di feedback aperto, per rendere stabile
la nuova cultura aziendale invece di lasciarla svanire con il tempo.
“Refreeze” non è di Lewin
Prima di prendere il modello come un testo scritto da Lewin parola per
parola, un dettaglio: nel suo articolo del 1947, il sottotitolo parla
di “unfreezing, moving and freezing” degli standard di gruppo, non di
“refreezing”. Il termine “refreeze” comparve
solo nel 1950, in un testo di conferenza di Leon Festinger, un suo ex
allievo, che modificò anche “moving” in “stabilizing”. Secondo una
ricostruzione storiografica del 2016 (Cummings, Bridgman e Brown, citata
qui da un blog che ne riporta i passaggi, perché il testo accademico
originale non si è lasciato consultare direttamente), la versione in
tre fasi che si attribuisce a Lewin era poco conosciuta prima degli
anni ‘80 e diventò lo standard del settore proprio in quel decennio. Il
modello non perde valore per questo; cambia solo il modo di
attribuirlo: si parla di un modello “associato a Lewin” o “che gli
viene attribuito”, perché la formula “unfreeze, change, refreeze” Lewin stesso
non la mise mai per iscritto.
Critiche e limiti del modello
Più fonti di settore, indipendenti tra loro, convergono su alcuni
limiti. Prosci e BMC segnalano la natura lineare e sequenziale del
modello: descrive un percorso a tre tappe fisse, mentre molte
organizzazioni affrontano cambiamenti continui e sovrapposti,
difficili da far stare dentro uno schema che finisce con un
“congelamento”. Prosci aggiunge che il modello offre indicazioni di
alto livello e lascia fuori gli strumenti operativi dettagliati per
gestire trasformazioni complesse o su larga scala. Management Study Guide
elenca altri limiti: il modello presuppone un cambiamento incrementale
e fatica con le trasformazioni radicali, e non tiene conto delle
dinamiche di potere e degli interessi in competizione dentro
un’organizzazione.
Applicare il modello in pratica
Nella pratica, il modello resta utile soprattutto come cornice per
ordinare le domande di una riorganizzazione: la necessità del
cambiamento va comunicata, il cambiamento va introdotto, e poi va reso
duraturo. È una logica che si applica tanto a una riorganizzazione
interna quanto a trasformazioni più ampie del mercato del
lavoro, dove aziende e lavoratori si
adattano insieme a nuovi modi di lavorare. Un segnale che la fase di
unfreeze non è stata fatta bene, per esempio, è la disaffezione dei
dipendenti verso il cambiamento annunciato: un fenomeno spesso descritto
anche con l’etichetta di quiet
quitting, il fare il minimo indispensabile
invece di aderire a un progetto che non è stato comunicato con
chiarezza. Le critiche viste sopra restano un avvertimento utile: il
modello di Lewin dà una logica di base, non un piano già pronto per il
contesto specifico di un’organizzazione.
Presentazione
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✗ Mito Il modello 'unfreeze, change, refreeze' è stato scritto così, parola per parola, da Kurt Lewin.
✓ Realtà Nel suo articolo del 1947 Lewin parla di "unfreezing, moving e freezing" degli standard di gruppo; la parola "refreezing" lì non c'è. Una ricostruzione storiografica del 2016 fa risalire la riformulazione con "refreeze" al 1950, a un testo del suo ex allievo Leon Festinger, e colloca l'affermazione della versione in tre fasi come standard del settore solo dagli anni '80: un caso di ricostruzione postuma più che di citazione fedele, secondo questa lettura.
✗ Mito Una volta raggiunto il refreeze, il cambiamento è concluso e l'organizzazione torna a lavorare come prima.
✓ Realtà Fonti di settore come Prosci e BMC osservano che le organizzazioni affrontano spesso più cambiamenti in parallelo, uno dopo l'altro: il refreeze stabilizza un assetto, ma raramente è quello definitivo.
✗ Mito Il modello di Lewin dà istruzioni precise su come gestire un progetto di cambiamento complesso.
✓ Realtà Prosci nota che dal modello si ricava un'indicazione di alto livello; i passi dettagliati e gli strumenti operativi per governare cambiamenti su larga scala o multi-livello il modello non li fornisce. È una cornice concettuale più che un manuale operativo.
Mappa concettuale
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Kurt LewinPsicologo sociale, studi sulla dinamica dei gruppi negli anni '40
La formulazione in tre fasiRicostruzione postuma, standard del settore dagli anni '80
Leon FestingerIntroduce il termine refreeze nel 1950
Applicazione in azienda
Comunicare la necessitàFase di unfreeze
Introdurre i nuovi processiFase di change
Consolidare i risultatiFase di refreeze
Caso NissanGhosn lega la retribuzione ai risultati per rendere stabile il cambiamento
Critiche e limiti
LinearitàSequenza fissa di tre fasi
Cambiamento continuoPoco adatto a trasformazioni iterative
Potere e politicaDinamiche ignorate dal modello
Il cubo di ghiaccioAnalogia diffusa nella formazione manageriale
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Il modello del cambiamento di Kurt Lewin descrive in tre fasi come un'organizzazione passa da una situazione consolidata a una nuova e non ricade nelle vecchie abitudini. Nella fase di unfreeze si riconosce la necessità di cambiare e si prepara il terreno; nella fase di change si introducono i nuovi processi e comportamenti; nella fase di refreeze si consolida il nuovo assetto perché non si torni al punto di partenza. Il modello nasce dal lavoro di Lewin negli anni '40 sulla dinamica dei gruppi; la formulazione in tre fasi usata nella gestione del cambiamento aziendale è in buona parte una ricostruzione successiva. Resta comunque il riferimento più citato quando si parla di gestione del cambiamento organizzativo, insieme alle sue critiche.
Domande e risposte
In che ordine vanno le tre fasi del modello di Lewin?
Prima l'unfreeze, in cui l'organizzazione riconosce e comunica la necessità di cambiare; poi il change, in cui i nuovi processi o comportamenti vengono introdotti; infine il refreeze, in cui il nuovo assetto viene consolidato nella cultura dell'organizzazione.
Quali sono le critiche principali al modello di Lewin?
Le fonti di settore contestano soprattutto la linearità del modello, la scarsa applicabilità ai cambiamenti radicali o continui e l'assenza di indicazioni operative dettagliate; Management Study Guide aggiunge che il modello non considera le dinamiche di potere dentro l'organizzazione.
Il modello di Lewin è ancora usato nella gestione del cambiamento aziendale?
Sì, resta uno dei riferimenti più citati per spiegare la logica di base di un cambiamento organizzativo, anche se diverse fonti di management lo considerano un punto di partenza da integrare con approcci pensati per contesti in cambiamento continuo.
Lewin ha inventato lui il modello unfreeze-change-refreeze?
Lewin pose le basi teoriche negli anni '40 studiando la dinamica dei gruppi, ma la formulazione in tre fasi con il termine "refreeze" è una ricostruzione successiva, attribuita soprattutto a Leon Festinger nel 1950 e diventata canone solo dagli anni '80.
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