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Rivoluzione industriale: cosa cambiò e perché | |||||||||
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Rivoluzione industriale: cosa cambiò e perchéCosa stampare Con "Margini: predefiniti" compaiono anche i numeri di pagina. SlideScegli il taglio Lampo10 slideIl filo essenziale, per presentarlo in classeCompleta19 slideTutti i capitoli e gli approfondimentiTutte e due hanno le note del relatore. In 30 secondi lettura lampoLa rivoluzione industriale è il passaggio da un'economia fatta di campi, botteghe e forza muscolare a un'economia fatta di macchine, fabbriche e carbone. Comincia in Inghilterra negli ultimi decenni del Settecento e si compie nei primi trent'anni dell'Ottocento, partendo dalla filatura e arrivando a quasi tutti i settori. Non è una singola invenzione ma una catena di innovazioni: i filatoi meccanici, la macchina a vapore resa conveniente da James Watt, il carbone, il ferro, la ferrovia. Il risultato è una crescita della ricchezza senza precedenti e, insieme, città che si ingrandiscono in pochi decenni e condizioni di lavoro durissime. Una seconda ondata, fra gli anni Sessanta dell'Ottocento e il primo Novecento, porta l'elettricità e il motore a scoppio e sposta il centro dell'industria verso Germania e Stati Uniti. Punti Chiave
I numeri chiave
L'ApprofondimentoNon un’invenzione, ma un modo diverso di produrreChi cerca la data d’inizio della rivoluzione industriale non la trova, e il motivo è che non esiste. Il termine indica una trasformazione delle strutture produttive e sociali provocata dall’affermarsi di nuove tecnologie: un processo lungo, che parte dall’Inghilterra negli ultimi decenni del Settecento e si compie nei primi trent’anni dell’Ottocento. Alcune ricostruzioni allargano la prima fase a tutta la prima metà del secolo, il che dà la misura di quanto sia sfumato il confine. Prima, la ricchezza si produceva soprattutto nei campi e nelle botteghe, con la forza delle braccia, degli animali, dell’acqua e del vento. Dopo, si produce nelle fabbriche, con macchine alimentate dal carbone, in quantità che nessuna bottega avrebbe potuto avvicinare. In mezzo non c’è una scoperta improvvisa, ma una catena di innovazioni tecniche e un contesto capace di adottarle. Perché proprio l’InghilterraÈ la domanda che si fanno tutti i manuali, e la risposta non è una sola causa ma un insieme di condizioni che nel Settecento erano compresenti solo lì. C’era un grande mercato nazionale unificato, cioè una domanda ampia e senza dogane interne. C’erano capitali da investire, accumulati con un’agricoltura organizzata in senso capitalistico e con il commercio coloniale. Nel corso del Settecento importazioni ed esportazioni britanniche si quintuplicarono, e le riesportazioni crebbero di nove volte. C’erano materie prime a costi contenuti, una rete di trasporti eccellente per l’epoca, un’urbanizzazione già alta. E c’erano istituzioni che lasciavano spazio all’iniziativa privata, insieme a una ricerca scientifica avanzata e a una mentalità imprenditoriale nuova. Tolto anche solo uno di questi elementi, la catena non parte: è la ragione per cui il Belgio, la Francia e la Germania seguirono a distanza, e il resto d’Europa molto più tardi. C’è una coincidenza di date che aiuta a collocare tutto. Mentre in Inghilterra si moltiplicavano filande e macchine, in Francia si consumava la Rivoluzione francese: due rivoluzioni diverse, una economica e una politica, che nello stesso trentennio smontano l’Europa dell’antico regime da due lati opposti. Filare: il collo di bottiglia che si sbloccaLe prime macchine della rivoluzione industriale non sono locomotive. Sono macchine per filare, e non è un caso: la filatura assorbiva da sola circa metà del tempo di lavoro necessario a fabbricare un tessuto. Era lì che il guadagno di produttività poteva essere più grande. Nel 1764 James Hargreaves mette a punto una filatrice multipla che fa lavorare otto fusi contemporaneamente. Nel 1768 Richard Arkwright costruisce un telaio mosso dalla forza dell’acqua invece che da quella delle braccia. Nel 1778 Samuel Crompton mette insieme le due idee nel filatoio intermittente, la mule. Tutte queste macchine arrivano prima o attorno al brevetto decisivo di Watt: un dettaglio da tenere a mente quando si pensa al vapore come al punto di partenza. Il salto di produttività si misura bene. Per filare a mano circa 50 chilogrammi di cotone servivano 50.000 ore di lavoro; con il filatoio intermittente ne bastavano circa trecento. La tessitura, invece, resistette a lungo. Edmund Cartwright la meccanizza nel 1785, ma il telaio meccanico si impone davvero solo verso la metà dell’Ottocento, e in Inghilterra la tessitura meccanica del cotone ha la meglio su quella artigianale solo dopo il 1830. Manchester, che diventerà il capoluogo dell’industria cotoniera, cresce insieme a queste macchine. La macchina che smise di sprecare caloreIl problema delle macchine a vapore allora in uso è di quelli che si capiscono senza sapere nulla di termodinamica. Il vapore veniva condensato dentro lo stesso cilindro in cui aveva appena lavorato: per farlo bisognava raffreddare il cilindro, e per il colpo successivo bisognava riscaldarlo di nuovo. Come tenere una stanza calda lasciando la finestra aperta, e continuare ad alimentare il camino. Riparando il modello di una macchina di Newcomen, James Watt si accorse di quanto vapore andasse perso in quel modo. La sua soluzione fu aggiungere una camera separata, tenuta sempre fredda, dove far condensare il vapore senza raffreddare il resto della macchina. Il brevetto, del 5 gennaio 1769, si intitolava «un nuovo metodo per ridurre il consumo di vapore e di combustibile nelle macchine a fuoco»: un titolo che dice esattamente che cosa fosse in gioco. L’effetto fu che le macchine col condensatore separato bruciavano due terzi di carbone in meno. Non è un miglioramento marginale: è la differenza fra un macchinario che ha senso solo dove il carbone è a portata di mano, cioè in miniera, e un macchinario che conviene installare ovunque serva forza motrice. Nel 1774 Watt si trasferì a Birmingham e si associò con l’investitore Matthew Boulton per costruirle su scala industriale, e continuò a perfezionarle fino al 1781.
Carbone, ferro, rotaieAttorno alle macchine tessili cresce l’altra metà del sistema, quella che fornisce energia e materiali. Le cifre dicono l’ordine di grandezza. Fra il 1700 e il 1800 l’estrazione di carbone in Gran Bretagna passa da tre a quindici milioni di tonnellate, mentre la produzione metallurgica sale da 20.000 a un milione di tonnellate l’anno. Energia e metallo si tirano a vicenda: più macchine servono più ferro, più ferro richiede più carbone, e ogni miglioramento in un settore rende conveniente il successivo nell’altro. Poi arrivano i trasporti. Nel 1807 Robert Fulton fa navigare il suo battello a vapore; nel 1819 avviene la prima traversata atlantica a vapore. Sulla terraferma, George Stephenson costruisce la sua locomotiva nel 1814 e nel 1825 entra in servizio la prima linea ferroviaria britannica. Nella stessa fase compare il telegrafo. Il risultato economico si legge nei conti nazionali: il prodotto interno lordo, cioè il valore di tutto ciò che si produce in un anno — quello che oggi chiamiamo PIL — triplicò fra il 1810 e il 1850. Le città crescono a ritmi mai vistiLa conseguenza più visibile la si legge nei censimenti.
Londra, che nel 1700 contava mezzo milione di abitanti e nel 1800 quasi un milione, era già la più grande città europea. Ma il fenomeno nuovo è la velocità: nella prima metà dell’Ottocento non era affatto raro che un centro urbano si estendesse del 30% in dieci anni, e in certi decenni alcune città superarono il 60%. Nel 1845 la popolazione che viveva in città in Inghilterra e Galles era già la maggioranza. Guardando l’intero secolo, fra il 1801 e il 1911 la quota urbana sale da un terzo a quattro quinti del totale: in cifre assolute, da 3,5 a 32 milioni di persone. Dentro le fabbricheIl sistema di fabbrica organizza la produzione su vasta scala concentrando i lavoratori in un unico luogo, con una separazione netta fra chi possiede i macchinari e chi vende il proprio lavoro in cambio di un salario. Le condizioni erano dure in modo che oggi fatichiamo a immaginare: giornate di 13-15 ore, salari bassi, paghe ancora inferiori per donne e bambini, bambini impiegati già a quattro o cinque anni, nessuna rete di protezione in caso di disoccupazione. La reazione arrivò dal basso e prese prima la strada più diretta, il luddismo, cioè la distruzione delle macchine. Poi si organizzò meglio, in scioperi, leghe, società di mutuo soccorso, sindacati e infine partiti socialisti. Le prime leggi seguirono con decenni di ritardo. Il Factory Act britannico del 1833 vietò il lavoro sotto i nove anni, limitò a nove ore la giornata dei bambini fra 9 e 13 anni e a dodici quella dei ragazzi fra 13 e 18, proibì il lavoro notturno ai minori, impose due ore di istruzione quotidiana e certificati di età, e istituì quattro ispettori di fabbrica. Già nel 1836 le loro relazioni documentavano violazioni, e servirono altre leggi nel 1844, 1847, 1867 e 1901. Nel 1847 la giornata lavorativa femminile fu portata a dieci ore. La seconda ondataFra gli anni Sessanta-Settanta dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento arriva una seconda fase, con basi tecniche diverse: le macchine elettriche negli anni Ottanta, il motore a combustione interna negli anni Novanta. Cambia anche la dimensione delle imprese. Le aziende diventano enormi, si formano trust e cartelli (accordi fra grandi imprese per spartirsi mercati e prezzi) e cresce il peso delle banche, tanto che si parla di capitalismo finanziario: è in questa fase che il capitale raccolto attraverso azioni e borsa diventa uno strumento ordinario per costruire imprese di scala continentale. Tornano le barriere doganali protezionistiche. E cambia la geografia. L’industrializzazione raggiunge Germania, Italia settentrionale, impero austro-ungarico, Russia, Giappone e Stati Uniti; Germania e Stati Uniti finiscono per superare la Gran Bretagna, che aveva cominciato per prima. Che cosa ha lasciatoSul piano materiale, un aumento della ricchezza senza precedenti, distribuito però in modo molto diseguale: ne beneficiarono anzitutto le classi alte e la borghesia capitalistica. Sul piano politico, la conseguenza si vede a distanza. Paesi industriali in competizione fra loro avevano bisogno di materie prime e di mercati di sbocco, e li cercarono con l’espansione coloniale: è la fase dell’imperialismo, che sfocia nella Prima guerra mondiale. Il modo in cui viviamo oggi, fatto di città grandi, lavoro salariato, orari, sindacati e merci prodotte lontano da dove si consumano, è in buona parte l’eredità di quei decenni. Non è finita nell’Ottocento: si è solo spostata di settore. PresentazioneSlide pronte da scaricare e fare tue in PowerPoint o Google Slides, con le note del relatore. Scegli il taglio Lampo o quello Completo. ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() Falsi miti
Mappa concettualeTrascina lo sfondo per muoverti e i nodi per riposizionarli; usa − e + per chiudere e aprire i rami.
Quiz: mettiti alla provaRispondi alle domande per verificare quanto hai imparato: riceverai subito la correzione e una breve spiegazione. Voto 0/10 0/5
FlashcardsTocca la carta per girarla e verifica se ricordi la risposta, poi passa alla successiva. 1 / 8 Spiegalo con parole tueIl test definitivo: se sai spiegarlo con parole semplici, lo hai capito davvero. Scrivi la tua spiegazione, poi confrontala col Recap. La tua spiegazione resta salvata solo su questo dispositivo.
Domande e risposteQuando è iniziata la rivoluzione industriale?Non c'è una data di inizio, perché non è un evento ma un processo. Le storie di riferimento collocano la frattura fra la fine del Settecento e i primi trent'anni dell'Ottocento, con l'Inghilterra in anticipo su tutti; alcune ricostruzioni estendono la prima fase a tutta la prima metà dell'Ottocento. Qualche data aiuta a orientarsi: la filatrice multipla di Hargreaves è del 1764, il telaio idraulico di Arkwright del 1768, il brevetto di Watt sul condensatore separato del 5 gennaio 1769, il filatoio intermittente di Crompton del 1778, la locomotiva di Stephenson del 1814 e la prima linea ferroviaria britannica del 1825. Perché la rivoluzione industriale è cominciata in Inghilterra?Perché lì si erano già formate le condizioni che servivano, tutte insieme: un grande mercato nazionale unificato, capitali accumulati con un'agricoltura di tipo capitalistico e con il commercio coloniale, materie prime a costi contenuti, una rete di trasporti molto buona, un'urbanizzazione già alta e istituzioni che lasciavano spazio all'iniziativa privata. Nessuno di questi elementi da solo basta; è il fatto che ci fossero contemporaneamente a fare la differenza. Quali sono le principali invenzioni della rivoluzione industriale?Nel tessile la filatrice multipla di Hargreaves (1764), il telaio idraulico di Arkwright (1768), il filatoio intermittente di Crompton (1778) e la tessitura meccanica di Cartwright (1785). Nell'energia la macchina a vapore, che Watt migliora dal 1765 e perfeziona fino al 1781. Nei trasporti il battello a vapore di Fulton (1807), la prima traversata atlantica a vapore (1819), la locomotiva di Stephenson (1814) e la prima linea ferroviaria britannica (1825). Nella seconda ondata le macchine elettriche, negli anni Ottanta dell'Ottocento, e il motore a combustione interna, negli anni Novanta. Quali furono le conseguenze sociali della rivoluzione industriale?La ricchezza complessiva aumentò moltissimo, ma andò soprattutto alle classi alte e alla borghesia capitalistica. Per chi lavorava in fabbrica significò salari bassi, orari di 13-15 ore, lavoro di donne e bambini pagato ancora meno, bambini impiegati già a quattro o cinque anni e nessuna protezione contro la disoccupazione. Da qui nascono il luddismo, gli scioperi, le società di mutuo soccorso, i sindacati e i partiti socialisti, e da qui arrivano le prime leggi di tutela, a partire dal Factory Act del 1833. Qual è la differenza fra prima e seconda rivoluzione industriale?La prima, fra fine Settecento e primi decenni dell'Ottocento, si regge su carbone, vapore, ferro e tessile, e riguarda Inghilterra, Belgio e parti di Francia e Germania. La seconda, fra gli anni Sessanta-Settanta dell'Ottocento e il primo decennio del Novecento, si regge su elettricità e motore a scoppio, produce imprese enormi organizzate in trust e cartelli con un forte peso delle banche, e porta l'industrializzazione in Germania, Italia settentrionale, impero austro-ungarico, Russia, Giappone e Stati Uniti. Ogni Recap passa da una revisione indipendente prima della pubblicazione. |

















