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Carico cognitivo, cos'è secondo la teoria di Sweller | ||||||||
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Carico cognitivo, cos'è secondo la teoria di SwellerCosa stampare Con "Margini: predefiniti" compaiono anche i numeri di pagina. SlideScegli il taglio Lampo10 slideIl filo essenziale, per presentarlo in classeCompleta15 slideTutti i capitoli e gli approfondimentiTutte e due hanno le note del relatore. In 30 secondi lettura lampoIl carico cognitivo è la quantità di risorse della memoria di lavoro che un compito impegna mentre si impara qualcosa di nuovo. Lo psicologo John Sweller lo descrive per la prima volta nel 1988, partendo dallo studio della risoluzione di problemi: una strategia troppo articolata lascia poco spazio per costruire schemi mentali stabili. La letteratura successiva distingue tre tipi di carico, intrinseco, estraneo e pertinente, anche se una parte dei ricercatori considera il terzo indistinguibile dal primo. Ridurre il carico estraneo, con esempi svolti o materiali meno ridondanti, lascia più margine mentale per imparare davvero. Punti Chiave
L'ApprofondimentoIl cognitivismo e il collo di bottiglia della memoria di lavoroLa teoria del carico cognitivo nasce dentro il cognitivismo, il paradigma che descrive l’apprendimento come elaborazione di informazioni, in discontinuità con il comportamentismo che si concentrava su stimoli e risposte osservabili. Dentro questo paradigma, la teoria si concentra su un collo di bottiglia preciso: la memoria di lavoro, la funzione che tiene attive le informazioni mentre le usiamo. Una review del 2018 sulla collaborazione e il carico cognitivo riporta che questa funzione ha limiti noti fin dagli anni Cinquanta del Novecento: una capacità ridotta, stabilita da George Miller nel 1956, e una durata breve, stabilita da Peterson e Peterson nel 1959. Sweller non ha scoperto questi limiti. Li ha usati come base per una domanda diversa: cosa succede quando un compito chiede alla memoria di lavoro di tenere insieme più elementi di quanti ne possa gestire. Da dove nasce la teoria: uno studio sulla risoluzione di problemiNel 1988 lo psicologo dell’educazione John Sweller pubblica su Cognitive Science il paper che dà il nome alla teoria. Non nasce da una classificazione dei tipi di carico — quella arriva dopo — ma dallo studio di come le persone risolvono i problemi. Sweller osserva una strategia molto diffusa, chiamata means-ends analysis: chi la usa deve tenere in mente insieme lo stato attuale del problema, l’obiettivo, la relazione tra i due, gli operatori disponibili e, quando servono più passaggi, una pila di sotto-obiettivi. Secondo Sweller, gestire tutte queste informazioni insieme può assorbire una parte tale delle risorse mentali da lasciarne poche per il vero scopo dell’apprendimento: costruire schemi, cioè strutture di conoscenza stabili che restano dopo che il problema è risolto. Da questa osservazione nasce la prima applicazione pratica della teoria: l’effetto goal-free. Se il problema non ha un obiettivo specifico da raggiungere, chi lo affronta non può più usare la means-ends analysis, perché quella strategia richiede un traguardo preciso da cui partire a ritroso. Tolto quel traguardo, la memoria di lavoro tiene meno cose insieme, e Sweller lo propone già nel 1988 come tecnica per abbassare il carico durante l’apprendimento. I tre tipi di carico cognitivo, con una cautelaLa distinzione tra tre tipi di carico non è nel paper del 1988: la letteratura successiva, tra gli anni Novanta e Duemila, la formalizza a partire da quel lavoro. Una ricerca del 2022 su Frontiers in Psychology, dedicata alla soluzione di problemi con testo, ne dà una descrizione compatta.
Una review del 2018 sul carico cognitivo in contesti collaborativi riporta una posizione, attribuita a un lavoro del 2011, secondo cui il carico pertinente sarebbe sostanzialmente indistinguibile da quello intrinseco: entrambi nascerebbero dallo stesso sforzo di elaborare il contenuto, e trattarli come due categorie separate finirebbe per essere ridondante. La tripartizione resta la più diffusa nella letteratura successiva a Sweller, ma la terza voce, a differenza delle prime due, non è un punto su cui la ricerca concorda. Come la didattica riduce il carico estraneoPoiché il carico intrinseco dipende dal contenuto stesso, non è quello su cui la progettazione didattica può intervenire senza cambiare cosa si insegna. Il margine di manovra sta nel carico estraneo, e una review del 2020 pubblicata sul Journal of Education and Health Promotion elenca alcune tecniche concrete per abbassarlo: i compiti di completamento, i problemi a scopo libero, gli esempi svolti, l’integrazione di più fonti informative in un unico materiale, l’uso di modalità diverse (per esempio testo e immagine insieme), la riduzione della ridondanza e la minimizzazione delle interruzioni durante lo studio. Tra queste, gli esempi svolti hanno una storia particolare. Nel 1988 Sweller li cita solo come riferimento bibliografico di un altro lavoro sull’insegnamento dell’algebra; è una ricerca del 2022 ad attribuire a Sweller e colleghi, nel 2011, la formulazione dell’effetto worked example: studiare un problema già risolto passo per passo produce risultati migliori, e un carico minore, rispetto a risolvere lo stesso problema da soli, soprattutto per chi è alle prime armi in una materia. Il meccanismo, secondo una review del 2018, è che ogni passaggio dell’esempio si considera da solo, senza dover valutare contemporaneamente mosse alternative: l’interazione tra gli elementi del problema, e quindi il carico estraneo, si riduce.
Chi vuole applicare questi principi allo studio quotidiano, non solo alla progettazione di un corso, trova indicazioni pratiche nel metodo di studio efficace: molte delle tecniche che funzionano per ridurre la dispersione mentale durante lo studio si spiegano proprio con il carico cognitivo che un materiale disordinato aggiunge, senza necessità, a quello già richiesto dall’argomento. PresentazioneSlide pronte da scaricare e fare tue in PowerPoint o Google Slides, con le note del relatore. Scegli il taglio Lampo o quello Completo. ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() Falsi miti
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Quiz: mettiti alla provaRispondi alle domande per verificare quanto hai imparato: riceverai subito la correzione e una breve spiegazione. Voto 0/10 0/5
FlashcardsTocca la carta per girarla e verifica se ricordi la risposta, poi passa alla successiva. 1 / 8 Spiegalo con parole tueIl test definitivo: se sai spiegarlo con parole semplici, lo hai capito davvero. Scrivi la tua spiegazione, poi confrontala col Recap. La tua spiegazione resta salvata solo su questo dispositivo.
Domande e risposteCos'è il carico cognitivo in parole semplici?È lo sforzo mentale che la memoria di lavoro sostiene mentre si affronta un compito nuovo: più elementi bisogna tenere a mente insieme, più il carico cresce, e uno eccessivo lascia poco spazio per imparare davvero. Cosa significa carico cognitivo estraneo?È la parte di sforzo mentale che non serve a imparare, causata da come un materiale è organizzato, per esempio istruzioni confuse o informazioni ridondanti, e che una buona progettazione didattica può ridurre. Chi ha ideato la teoria del carico cognitivo?Lo psicologo dell'educazione John Sweller, che l'ha descritta per la prima volta in un paper del 1988 nato dallo studio della risoluzione di problemi. Quali sono i tre tipi di carico cognitivo?Carico intrinseco (la difficoltà del contenuto), carico estraneo (il peso aggiunto da una progettazione inefficace) e carico pertinente o germane (le risorse spese per costruire conoscenza stabile); quest'ultima categoria è dibattuta in letteratura. Come si riduce il carico cognitivo nello studio?Le fonti indicano tecniche come gli esempi svolti, i problemi a scopo libero, l'uso di più modalità insieme (testo e immagini) e la riduzione di informazioni ridondanti o interruzioni. Ogni Recap passa da una revisione indipendente prima della pubblicazione. |













