Rivoluzione industriale: cosa cambiò e perché
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La rivoluzione industriale è il passaggio da un'economia fatta di campi, botteghe e forza muscolare a un'economia fatta di macchine, fabbriche e carbone. Comincia in Inghilterra negli ultimi decenni del Settecento e si compie nei primi trent'anni dell'Ottocento, partendo dalla filatura e arrivando a quasi tutti i settori. Non è una singola invenzione ma una catena di innovazioni: i filatoi meccanici, la macchina a vapore resa conveniente da James Watt, il carbone, il ferro, la ferrovia. Il risultato è una crescita della ricchezza senza precedenti e, insieme, città che si ingrandiscono in pochi decenni e condizioni di lavoro durissime. Una seconda ondata, fra gli anni Sessanta dell'Ottocento e il primo Novecento, porta l'elettricità e il motore a scoppio e sposta il centro dell'industria verso Germania e Stati Uniti.
Punti Chiave
- Non è una rivoluzione improvvisa: la frattura si colloca fra la fine del Settecento e i primi trent'anni dell'Ottocento, e riguarda l'Inghilterra, il Belgio e parti di Francia e Germania.
- Comincia in Inghilterra per un insieme di condizioni già presenti insieme: un grande mercato interno unificato, capitali accumulati con l'agricoltura capitalistica e il commercio coloniale, materie prime a costi contenuti, ottimi trasporti e istituzioni favorevoli all'iniziativa privata.
- Le prime macchine sono tessili e nascono dove serviva più lavoro, la filatura: la filatrice multipla di Hargreaves (1764) e il telaio idraulico di Arkwright (1768) arrivano prima del brevetto di Watt.
- Watt non inventa la macchina a vapore: la rende conveniente. Il condensatore separato, brevettato il 5 gennaio 1769, fa bruciare due terzi di carbone in meno e porta il vapore fuori dalle miniere, dentro le fabbriche.
- Il sistema di fabbrica concentra i lavoratori sotto un solo tetto e separa nettamente chi possiede le macchine da chi vende il proprio lavoro: orari di 13-15 ore, salari bassi, bambini al lavoro già a 4-5 anni.
- Le città crescono a ritmi mai visti: fra il 1801 e il 1851 Manchester passa da 35.000 a 353.000 abitanti, e fra il 1801 e il 1911 la popolazione urbana di Inghilterra e Galles sale da un terzo a quattro quinti del totale.
I numeri chiave
- 50.000 ore contro 300 il lavoro necessario a filare a mano circa 50 chilogrammi di cotone, contro quello richiesto dal filatoio intermittente di Crompton Fonte: Treccani, Storia della civiltà europea
- 353.000 gli abitanti di Manchester nel 1851, contro i 35.000 del 1801: in cinquant'anni la città si moltiplica per dieci Fonte: Treccani
- due terzi in meno il carbone bruciato dalle macchine dotate del condensatore separato di Watt, brevettato il 5 gennaio 1769 Fonte: Science Museum
L'Approfondimento
Non un’invenzione, ma un modo diverso di produrre
Chi cerca la data d’inizio della rivoluzione industriale non la trova, e il motivo è che non esiste. Il termine indica una trasformazione delle strutture produttive e sociali provocata dall’affermarsi di nuove tecnologie: un processo lungo, che parte dall’Inghilterra negli ultimi decenni del Settecento e si compie nei primi trent’anni dell’Ottocento. Alcune ricostruzioni allargano la prima fase a tutta la prima metà del secolo, il che dà la misura di quanto sia sfumato il confine.
Prima, la ricchezza si produceva soprattutto nei campi e nelle botteghe, con la forza delle braccia, degli animali, dell’acqua e del vento. Dopo, si produce nelle fabbriche, con macchine alimentate dal carbone, in quantità che nessuna bottega avrebbe potuto avvicinare. In mezzo non c’è una scoperta improvvisa, ma una catena di innovazioni tecniche e un contesto capace di adottarle.
Perché proprio l’Inghilterra
È la domanda che si fanno tutti i manuali, e la risposta non è una sola causa ma un insieme di condizioni che nel Settecento erano compresenti solo lì.
C’era un grande mercato nazionale unificato, cioè una domanda ampia e senza dogane interne. C’erano capitali da investire, accumulati con un’agricoltura organizzata in senso capitalistico e con il commercio coloniale. Nel corso del Settecento importazioni ed esportazioni britanniche si quintuplicarono, e le riesportazioni crebbero di nove volte. C’erano materie prime a costi contenuti, una rete di trasporti eccellente per l’epoca, un’urbanizzazione già alta. E c’erano istituzioni che lasciavano spazio all’iniziativa privata, insieme a una ricerca scientifica avanzata e a una mentalità imprenditoriale nuova.
Tolto anche solo uno di questi elementi, la catena non parte: è la ragione per cui il Belgio, la Francia e la Germania seguirono a distanza, e il resto d’Europa molto più tardi.
C’è una coincidenza di date che aiuta a collocare tutto. Mentre in Inghilterra si moltiplicavano filande e macchine, in Francia si consumava la Rivoluzione francese: due rivoluzioni diverse, una economica e una politica, che nello stesso trentennio smontano l’Europa dell’antico regime da due lati opposti.
Filare: il collo di bottiglia che si sblocca
Le prime macchine della rivoluzione industriale non sono locomotive. Sono macchine per filare, e non è un caso: la filatura assorbiva da sola circa metà del tempo di lavoro necessario a fabbricare un tessuto. Era lì che il guadagno di produttività poteva essere più grande.
Nel 1764 James Hargreaves mette a punto una filatrice multipla che fa lavorare otto fusi contemporaneamente. Nel 1768 Richard Arkwright costruisce un telaio mosso dalla forza dell’acqua invece che da quella delle braccia. Nel 1778 Samuel Crompton mette insieme le due idee nel filatoio intermittente, la mule. Tutte queste macchine arrivano prima o attorno al brevetto decisivo di Watt: un dettaglio da tenere a mente quando si pensa al vapore come al punto di partenza.
Il salto di produttività si misura bene. Per filare a mano circa 50 chilogrammi di cotone servivano 50.000 ore di lavoro; con il filatoio intermittente ne bastavano circa trecento.
La tessitura, invece, resistette a lungo. Edmund Cartwright la meccanizza nel 1785, ma il telaio meccanico si impone davvero solo verso la metà dell’Ottocento, e in Inghilterra la tessitura meccanica del cotone ha la meglio su quella artigianale solo dopo il 1830. Manchester, che diventerà il capoluogo dell’industria cotoniera, cresce insieme a queste macchine.
La macchina che smise di sprecare calore
Il problema delle macchine a vapore allora in uso è di quelli che si capiscono senza sapere nulla di termodinamica. Il vapore veniva condensato dentro lo stesso cilindro in cui aveva appena lavorato: per farlo bisognava raffreddare il cilindro, e per il colpo successivo bisognava riscaldarlo di nuovo. Come tenere una stanza calda lasciando la finestra aperta, e continuare ad alimentare il camino.
Riparando il modello di una macchina di Newcomen, James Watt si accorse di quanto vapore andasse perso in quel modo. La sua soluzione fu aggiungere una camera separata, tenuta sempre fredda, dove far condensare il vapore senza raffreddare il resto della macchina. Il brevetto, del 5 gennaio 1769, si intitolava «un nuovo metodo per ridurre il consumo di vapore e di combustibile nelle macchine a fuoco»: un titolo che dice esattamente che cosa fosse in gioco.
L’effetto fu che le macchine col condensatore separato bruciavano due terzi di carbone in meno. Non è un miglioramento marginale: è la differenza fra un macchinario che ha senso solo dove il carbone è a portata di mano, cioè in miniera, e un macchinario che conviene installare ovunque serva forza motrice. Nel 1774 Watt si trasferì a Birmingham e si associò con l’investitore Matthew Boulton per costruirle su scala industriale, e continuò a perfezionarle fino al 1781.
Esempio pratico: una filanda mossa da una ruota idraulica deve stare per forza lungo un corso d’acqua con la portata giusta, e si ferma quando il fiume è in secca o gelato. Una filanda mossa dal vapore si può costruire vicino alla miniera di carbone, al porto o al mercato, e lavora tutto l’anno. È questo, più della potenza in sé, ad aver ridisegnato la mappa industriale.
Carbone, ferro, rotaie
Attorno alle macchine tessili cresce l’altra metà del sistema, quella che fornisce energia e materiali.
Le cifre dicono l’ordine di grandezza. Fra il 1700 e il 1800 l’estrazione di carbone in Gran Bretagna passa da tre a quindici milioni di tonnellate, mentre la produzione metallurgica sale da 20.000 a un milione di tonnellate l’anno. Energia e metallo si tirano a vicenda: più macchine servono più ferro, più ferro richiede più carbone, e ogni miglioramento in un settore rende conveniente il successivo nell’altro.
Poi arrivano i trasporti. Nel 1807 Robert Fulton fa navigare il suo battello a vapore; nel 1819 avviene la prima traversata atlantica a vapore. Sulla terraferma, George Stephenson costruisce la sua locomotiva nel 1814 e nel 1825 entra in servizio la prima linea ferroviaria britannica. Nella stessa fase compare il telegrafo.
Il risultato economico si legge nei conti nazionali: il prodotto interno lordo, cioè il valore di tutto ciò che si produce in un anno — quello che oggi chiamiamo PIL — triplicò fra il 1810 e il 1850.
Le città crescono a ritmi mai visti
La conseguenza più visibile la si legge nei censimenti.
| Città | 1801 | 1851 |
|---|---|---|
| Manchester | 35.000 | 353.000 |
| Birmingham | 46.000 | 111.000 |
Londra, che nel 1700 contava mezzo milione di abitanti e nel 1800 quasi un milione, era già la più grande città europea. Ma il fenomeno nuovo è la velocità: nella prima metà dell’Ottocento non era affatto raro che un centro urbano si estendesse del 30% in dieci anni, e in certi decenni alcune città superarono il 60%.
Nel 1845 la popolazione che viveva in città in Inghilterra e Galles era già la maggioranza. Guardando l’intero secolo, fra il 1801 e il 1911 la quota urbana sale da un terzo a quattro quinti del totale: in cifre assolute, da 3,5 a 32 milioni di persone.
Dentro le fabbriche
Il sistema di fabbrica organizza la produzione su vasta scala concentrando i lavoratori in un unico luogo, con una separazione netta fra chi possiede i macchinari e chi vende il proprio lavoro in cambio di un salario.
Le condizioni erano dure in modo che oggi fatichiamo a immaginare: giornate di 13-15 ore, salari bassi, paghe ancora inferiori per donne e bambini, bambini impiegati già a quattro o cinque anni, nessuna rete di protezione in caso di disoccupazione.
La reazione arrivò dal basso e prese prima la strada più diretta, il luddismo, cioè la distruzione delle macchine. Poi si organizzò meglio, in scioperi, leghe, società di mutuo soccorso, sindacati e infine partiti socialisti.
Le prime leggi seguirono con decenni di ritardo. Il Factory Act britannico del 1833 vietò il lavoro sotto i nove anni, limitò a nove ore la giornata dei bambini fra 9 e 13 anni e a dodici quella dei ragazzi fra 13 e 18, proibì il lavoro notturno ai minori, impose due ore di istruzione quotidiana e certificati di età, e istituì quattro ispettori di fabbrica. Già nel 1836 le loro relazioni documentavano violazioni, e servirono altre leggi nel 1844, 1847, 1867 e 1901. Nel 1847 la giornata lavorativa femminile fu portata a dieci ore.
La seconda ondata
Fra gli anni Sessanta-Settanta dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento arriva una seconda fase, con basi tecniche diverse: le macchine elettriche negli anni Ottanta, il motore a combustione interna negli anni Novanta.
Cambia anche la dimensione delle imprese. Le aziende diventano enormi, si formano trust e cartelli (accordi fra grandi imprese per spartirsi mercati e prezzi) e cresce il peso delle banche, tanto che si parla di capitalismo finanziario: è in questa fase che il capitale raccolto attraverso azioni e borsa diventa uno strumento ordinario per costruire imprese di scala continentale. Tornano le barriere doganali protezionistiche.
E cambia la geografia. L’industrializzazione raggiunge Germania, Italia settentrionale, impero austro-ungarico, Russia, Giappone e Stati Uniti; Germania e Stati Uniti finiscono per superare la Gran Bretagna, che aveva cominciato per prima.
Che cosa ha lasciato
Sul piano materiale, un aumento della ricchezza senza precedenti, distribuito però in modo molto diseguale: ne beneficiarono anzitutto le classi alte e la borghesia capitalistica.
Sul piano politico, la conseguenza si vede a distanza. Paesi industriali in competizione fra loro avevano bisogno di materie prime e di mercati di sbocco, e li cercarono con l’espansione coloniale: è la fase dell’imperialismo, che sfocia nella Prima guerra mondiale.
Il modo in cui viviamo oggi, fatto di città grandi, lavoro salariato, orari, sindacati e merci prodotte lontano da dove si consumano, è in buona parte l’eredità di quei decenni. Non è finita nell’Ottocento: si è solo spostata di settore.
Falsi miti
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✗ Mito La rivoluzione industriale è stata la macchina a vapore.
✓ Realtà Il vapore è il simbolo, non l'innesco. Le prime macchine che cambiano davvero il modo di produrre sono filatoi e arrivano prima: la filatrice di Hargreaves è del 1764 e il telaio idraulico di Arkwright del 1768, mentre il brevetto decisivo di Watt è del 1769. E la macchina a vapore esisteva già: quello che fece Watt fu renderla conveniente, aggiungendo il condensatore separato. Senza le condizioni che c'erano intorno, dal mercato ai capitali ai trasporti, quelle macchine sarebbero rimaste curiosità meccaniche.
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✗ Mito Fu una rivoluzione rapida, come suggerisce il nome.
✓ Realtà Il nome inganna. Il passaggio si distende su decenni: dagli ultimi anni del Settecento ai primi trent'anni dell'Ottocento per la prima fase, poi una seconda ondata che comincia solo negli anni Sessanta-Settanta dell'Ottocento e arriva al primo decennio del Novecento. Per lunghi tratti macchine e lavoro manuale convissero, tanto che in Inghilterra la tessitura meccanica del cotone ebbe la meglio su quella artigianale solo dopo il 1830, e interi paesi europei restarono agricoli.
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✗ Mito Le fabbriche portarono subito benessere a tutti.
✓ Realtà La ricchezza aumentò in modo impressionante, ma si concentrò nelle classi alte e nella borghesia capitalistica. Chi lavorava in fabbrica affrontava giornate di 13-15 ore, salari bassi, nessuna tutela in caso di disoccupazione e il lavoro dei figli fin dai quattro o cinque anni. Le prime protezioni arrivarono con decenni di ritardo e non bastarono subito: già nel 1836, tre anni dopo il Factory Act del 1833, le relazioni degli ispettori documentavano violazioni.
Mappa concettuale
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- Rivoluzione industriale
- Che cos'è
- Nuove tecnologie, nuova società Cambiano insieme il modo di produrre e la struttura sociale.
- Prima fase Fine Settecento, primi trent'anni dell'Ottocento, in Inghilterra.
- Seconda fase Dagli anni Sessanta dell'Ottocento al primo decennio del Novecento.
- Perché in Inghilterra
- Mercato interno unificato Una domanda ampia e senza barriere interne.
- Capitali disponibili Accumulati con l'agricoltura capitalistica e il commercio coloniale.
- Materie prime e trasporti Costi contenuti e un'ottima rete di collegamenti.
- Istituzioni e mentalità Spazio all'iniziativa privata, ricerca scientifica avanzata.
- Le macchine
- Filatrice di Hargreaves 1764, otto fusi al posto di uno.
- Telaio idraulico di Arkwright 1768, la forza dell'acqua al posto delle braccia.
- Macchina a vapore di Watt Condensatore separato brevettato nel 1769, due terzi di carbone in meno.
- Ferrovia e navigazione Locomotiva di Stephenson nel 1814, prima linea britannica nel 1825.
- Il sistema di fabbrica
- Lavoratori concentrati Produzione su vasta scala sotto un solo tetto.
- Capitalisti e salariati Chi possiede le macchine e chi vende il proprio lavoro.
- Condizioni di lavoro Orari di 13-15 ore, salari bassi, bambini dai 4-5 anni.
- Le reazioni
- Luddismo La distruzione delle macchine, prima forma di protesta operaia.
- Movimento operaio Scioperi, leghe, società di mutuo soccorso, sindacati, partiti socialisti.
- Prime leggi Factory Act del 1833, giornata di dieci ore per le donne nel 1847.
- Le conseguenze
- Città che crescono Manchester da 35.000 a 353.000 abitanti fra 1801 e 1851.
- Ricchezza diseguale Aumento impressionante, concentrato nelle classi alte.
- Nuovi equilibri mondiali Germania e Stati Uniti superano la Gran Bretagna.
- Verso l'imperialismo Corsa a materie prime e sbocchi commerciali.
- Che cos'è
Quiz: mettiti alla prova
Rispondi alle domande per verificare quanto hai imparato: riceverai subito la correzione e una breve spiegazione.
Flashcards
Tocca la carta per girarla e verifica se ricordi la risposta, poi passa alla successiva.
Spiegalo con parole tue
Il test definitivo: se sai spiegarlo con parole semplici, lo hai capito davvero. Scrivi la tua spiegazione, poi confrontala col Recap.
La rivoluzione industriale è il passaggio da un'economia fatta di campi, botteghe e forza muscolare a un'economia fatta di macchine, fabbriche e carbone. Comincia in Inghilterra negli ultimi decenni del Settecento e si compie nei primi trent'anni dell'Ottocento, partendo dalla filatura e arrivando a quasi tutti i settori. Non è una singola invenzione ma una catena di innovazioni: i filatoi meccanici, la macchina a vapore resa conveniente da James Watt, il carbone, il ferro, la ferrovia. Il risultato è una crescita della ricchezza senza precedenti e, insieme, città che si ingrandiscono in pochi decenni e condizioni di lavoro durissime. Una seconda ondata, fra gli anni Sessanta dell'Ottocento e il primo Novecento, porta l'elettricità e il motore a scoppio e sposta il centro dell'industria verso Germania e Stati Uniti.
Domande e risposte
Quando è iniziata la rivoluzione industriale?
Non c'è una data di inizio, perché non è un evento ma un processo. Le storie di riferimento collocano la frattura fra la fine del Settecento e i primi trent'anni dell'Ottocento, con l'Inghilterra in anticipo su tutti; alcune ricostruzioni estendono la prima fase a tutta la prima metà dell'Ottocento. Qualche data aiuta a orientarsi: la filatrice multipla di Hargreaves è del 1764, il telaio idraulico di Arkwright del 1768, il brevetto di Watt sul condensatore separato del 5 gennaio 1769, il filatoio intermittente di Crompton del 1778, la locomotiva di Stephenson del 1814 e la prima linea ferroviaria britannica del 1825.
Perché la rivoluzione industriale è cominciata in Inghilterra?
Perché lì si erano già formate le condizioni che servivano, tutte insieme: un grande mercato nazionale unificato, capitali accumulati con un'agricoltura di tipo capitalistico e con il commercio coloniale, materie prime a costi contenuti, una rete di trasporti molto buona, un'urbanizzazione già alta e istituzioni che lasciavano spazio all'iniziativa privata. Nessuno di questi elementi da solo basta; è il fatto che ci fossero contemporaneamente a fare la differenza.
Quali sono le principali invenzioni della rivoluzione industriale?
Nel tessile la filatrice multipla di Hargreaves (1764), il telaio idraulico di Arkwright (1768), il filatoio intermittente di Crompton (1778) e la tessitura meccanica di Cartwright (1785). Nell'energia la macchina a vapore, che Watt migliora dal 1765 e perfeziona fino al 1781. Nei trasporti il battello a vapore di Fulton (1807), la prima traversata atlantica a vapore (1819), la locomotiva di Stephenson (1814) e la prima linea ferroviaria britannica (1825). Nella seconda ondata le macchine elettriche, negli anni Ottanta dell'Ottocento, e il motore a combustione interna, negli anni Novanta.
Quali furono le conseguenze sociali della rivoluzione industriale?
La ricchezza complessiva aumentò moltissimo, ma andò soprattutto alle classi alte e alla borghesia capitalistica. Per chi lavorava in fabbrica significò salari bassi, orari di 13-15 ore, lavoro di donne e bambini pagato ancora meno, bambini impiegati già a quattro o cinque anni e nessuna protezione contro la disoccupazione. Da qui nascono il luddismo, gli scioperi, le società di mutuo soccorso, i sindacati e i partiti socialisti, e da qui arrivano le prime leggi di tutela, a partire dal Factory Act del 1833.
Qual è la differenza fra prima e seconda rivoluzione industriale?
La prima, fra fine Settecento e primi decenni dell'Ottocento, si regge su carbone, vapore, ferro e tessile, e riguarda Inghilterra, Belgio e parti di Francia e Germania. La seconda, fra gli anni Sessanta-Settanta dell'Ottocento e il primo decennio del Novecento, si regge su elettricità e motore a scoppio, produce imprese enormi organizzate in trust e cartelli con un forte peso delle banche, e porta l'industrializzazione in Germania, Italia settentrionale, impero austro-ungarico, Russia, Giappone e Stati Uniti.